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venerdì 19 ottobre 2018

I gatti di sant'Isidoro


Ogni volta che mi pare di aver colmo il bicchiere delle meraviglie romane, mi devo ricredere quando scopro, qui e lì, le delizie nascoste al turismo mordi e fuggi e ai romani distratti dalle troppe strade della rete che, come si sa, imprigiona. E dunque, questa mattina, appena dopo le otto, quando la mia Roma, dolce, è ancora un poco quella di tanti anni orsono, prima del dilagar del traffico e della confusione, a passi svelti, eccomi diretta a via della Purificazione che sale, come a ricordar che erta e la strada della santità, da Piazza Barberini su su fino a via degli Artisti e poi, piegando a destra a raggiungere la bellissima chiesa bianca, illuminata come dal sole, di Sant’Isidoro (un santo spagnolo, laico e contadino) che è chiusa sempre, ma non per me che ho avuto la grazia di conoscere P., il quale oggi la apre tutta per me. Oltre il nero cancello di ferro, mi accoglie un giardinetto antico e dentro - oh meraviglia! – due gatti! I gatti di Roma esistono ancora a Sant’Isidoro! E sono i soliti gatti vanitosi che si lasciano fotografare ma non accarezzare e che, con il muso all’aria, mendicano un boccone.
Dentro, poi, la chiesa racchiude cappelle di meraviglia. Tra tutte la cappella Da Sylva, dove il Bernini ha realizzato in marmo le allegorie delle virtù. Bellissima, la Carità, con un viso dolce d’angelo di paradiso, la quale offre il suo morbido seno per il nutrimento terrestre… Mamma è, nella filologia, colei che nutre, mamma, mammella, vita. Altro non dico e non aggiungo perché chi vorrà venire con me sarà benvenuto. E a tutti, con una riverenza, sotto un sole turchino che pare ancora quello che abbracciava luglio e agosto, vi saluto.


martedì 16 ottobre 2018

Piccolo mondo antico al Mater Dei


Nel bel palazzo d’ocra e d’ombra, ritto sul gomito di Via San Sebastianello, che era, per così dire, contenitore dell’Istituto Mater Dei (e che ora, tutto ridipinto in arlecchino verde smeraldo, è sede del British Council), ogni piano era diviso in aule scolastiche con dentro una trentina di noi in divisa bianca e blu e, man mano in salita, si passava dalla materna al liceo. Ogni piano aveva le sue sister che io ricordo, oggi come ieri e l’altro ieri, vive, divertenti, in sorriso anche se severo. Al primo piano, custodito dalle sister portinaie, Suor Paolina e suor Addolorata (che erano gemelle), sister Francesca, alta, timida, con un viso rotondo e bianco e un ciuffo di capelli neri a sbucar sulla fronte, e sister Alexio, che era un peperino, rossa di capelli e di animo acceso. Al piano di sopra, le medie, c’era, indimenticabile, sister Saint Paul, severissima. Ci inseguiva con un vecchio righello da sarta e, nel legarci i capelli che secondo lei avevamo sempre spettinati, usava gli elastici gialli da cartoleria. “Tu, con quei capeli ne li ochi…”. La ricordo in corsa giù per la chiocciola di marmo della scalinata interna a rincorrere, a perdifiato,  Delfina R., una compagna di classe, con i calzettoni e i ciuffi fatti dai Cinque in Via delle Carrozze…
Al liceo, raggiava, unica, insuperabile, indimenticata Sister Francis, piccola, pienotta, con le tasche sempre piene di non so che cosa che tintinnava misterioso. Era lei, in cappella, a guidarci nella genuflessione davanti all’altare. Toc, batteva le nocche su un banco, e noi tutte giù, toc e su, su, in corsa verso la nuova mattina. In ultimo, lì dove la luce sembrava raggiare dal soffitto aperto, la direttrice sister Saint Kevin, bella come doveva esserlo, nel mio immaginario personale, la monaca di Monza. E tanto severa. Che fu davvero colonna (e la ringrazio) dell’Istituto Mater Dei  prima che arrivasse il nuovo mondo…  


lunedì 15 ottobre 2018

Monete di cioccolato


In  qualità di giornalista professionista, per poter restare nell’ordine dove sono entrata quando si usavano ancora le macchine da scrivere e internet era solo un’utopia nei racconti di Asimov, devo raccogliere sessanta crediti in tre anni, in forma di lunghe conferenze che servirebbero alla mia “formazione permanente”. E sia. Per me quelle lunghe ore passate ad ascoltar collane di parole spesso superflue sono, in sostanza, una prigionia. A vedermi, in platea, sono come una scolaretta attenta, ma friggo dentro e conto i minuti per scappare via. Non ce l’ho coi relatori, spesso preparati, a volte anche simpatici, nossignore, fanno il mestiere loro che io non farei neanche se pagata oro sulla bilancia, Ma con l’idea stessa dei corsi che, secondo me, non ha né capo né coda perché un giornalista, come mi spiegava il mio caporedattore (che rimpianto a ricordarlo ora con i suoi capelli di neve e le dita gialle di nicotina…) scrive sempre meglio delle cose che non sa. E quanto è vero l’ho sperimentato io, perché ogni volta che mi capitava di scrivere un pezzo, mettiamo, su una mia scrittrice del cuore, per fare l’ottimo finivo per fare il maluccio, mentre uscivano croccanti dal forno dell’unicità, certi articoli che mi erano pesi su grigie istituzioni repubblicane. Invece, zacchete, esse si facevano – non so neanche dir perché - atletiche, libere, vive, tanto quanto erano spente le righe mie sulla Morante, sulla Prato, su Jeanne De Casalis…
Ma, bando ai musi e ai sospiri, c’è sempre da imparar qualcosa, anche in prigionia. Così oggi, alla biblioteca del Cnr (dove non funzionavano punto i microfoni, alla faccia della ricerca e della tecnologia), ho imparato che fu l’azienda Laica, cioccolato dal 1946, ad inventar le monete di cioccolato da mangiare. E li ringrazio con una bela riverenza perché, bambina, quelle retine golose erano dono di chi amavo…http://www.laica.eu/

mercoledì 10 ottobre 2018

Amiche a Cala Girgolu


Certe sere, quando agosto comincia a stiracchiarsi e a tender la mano calda a  settembre; certe sere, dicevo, il cielo di Cala dei Gigli è come incendiato d’arancio, il mare respira in un oro pigro, l’aria si fa immota e immoto il pensiero, mentre Tavolara, si colora di un rosa acceso come se il Dio del mare le baciasse le gote facendola rabbrividire d’amore. Sono sere d’incanto e di magia nel respiro placido della marea che quasi non si vede eppure c’è. E’ proprio in quelle sere lì, come stanche del troppo sole estivo, che chiedono un intervallo di frescura e casomai anche di gocciole del cielo, che io sento di appartenere tutta a quella terra sarda che pure non mi ha generata. Mie le deserte spiagge trapunte, sulle sabbiose dune, dai bianchi gigli di mare, mie le rocce che seguono la linea della costa, disegnando sul mare un merletto color di ruggine e di verde, mie le isole che, qui e lì, si stagliano all’orizzonte. E’ Cala Girgolu un’ appartenenza regale  per chi la abita da sempre e per chi, come due amiche milanesi che ho conosciuto proprio quest’anno, la capisce con la sapienza del cuore che non ha le regole e l’algebra della mente e che dona la pace intensa riflessa nel panorama e nell’intorno. E siccome oggi mi piace ricordar le amiche che ho laggiù, oggi che sono qui a Roma tra le mie chiese e le mie stoffe, mando un abbraccio anche ad Adriana che abita una casa bianca, la quale si sciacqua i piedi nell’onde e, di notte, dal terrazzo poggiato sul mare, guarda in faccia la luna che si specchia nella baia…



martedì 9 ottobre 2018

Come Pollicino nel bosco


Alla Biblioteca nazionale, vicino a Castro pretorio, dove albergavano ai tempi di Augusto e anche dopo i soldati scelti dell’imperatore e adesso è abbandonato al degrado tutto romano che grida il suo dolore un poco in tutti i quartieri dell’Urbe, dicevo, alla Biblioteca nazionale hanno allestito, proprio com’era, con tavolino, sedie, dischi, quadri di Jim Morrow, e macchina da scrivere, lo studiolo che Elsa Morante aveva apparecchiato per il suo scrivere in Via dell’Oca. Lo ammetto non sono ancora andata, ma presto andrò perché, come ho sovente scritto, per me Elsa Morante è stato un vero e proprio amore letterario dell’età verde. Ricordo ancora, e come potrei dimenticarlo, sui diciannove anni o poco più, fresca ancora di sogni di bello scrivere, mangiavo un boccone a tavola con tutti i fratelli e i genitori e contavo i minuti e gli attimi per rifugiarmi in camera mia e tuffarmi nel mondo grande, di parole e di storie di quello che, secondo me, è il capolavoro della Morante: “Menzogna e Sortilegio”.
Ricordo, sì, sì, ricordo i vivi personaggi: Edoardo, Anna che, nell’anima mia, si vestivano d’attualità, divenendo amici, cugini, quasi fratelli. Erano vivi quei personaggi e camminavano per la mia stanza menre io, in fremito di gioia, leggevo di loro sulle pagine della Morante. E provo pena per i giovani di oggi che alla lettura dedicano non so più se minuti o secondi, tutti presi a pesticchiare sul cellulare. E perdono il respiro della vita che nei romanzi ti accompagna per squadernare il giusto dal malvagio e cercare di fare addizioni e sottrazioni della narrazione. Li compiango, davvero, perché noialtri, vecchiotti oramai, abbiamo avuto nel tempo lungo del romanzo, amando Gogol, Checov, Maupassant, Manzoni, De Roberto, l’agio di costruir bella quadrata una educazione sentimentale alla vita che oggi, nel sincopato ritmo di uno smartphone, si è perduto come Pollicino nel bosco…

sabato 6 ottobre 2018

Le stanze di Pippo


Pioveva, questa mattina, su  Roma senza ombrello. Pioveva e il cielo, livido, non salutava i galli del mattino presto, con suo bel cielo di biancheria turchina e alta la medaglia d’oro del sole, ma sembrava fremere nell’abbraccio delle gocce del cielo e rabbrividiva ai primi freddi dell'autunno.
Pioveva, ma io, gambe in spalla, via come ogni giorno al mio appuntamento misterioso e poi a visitare, preso un appuntamento sul sito Arte e Fede, le stanze di San Filippo Neri a Santa Maria in Vallicella che è, appunto, la chiesa degli oratoriani nonché chiesa dedicata alla nascita della Vergine e che si trova lungo il Corso Vittorio Emanuele, lì dove la strada quasi tocca il fiume.
Entro nel gran ventre della bella chiesa scura, e piegato poi a sinistra sono i sacrestia dove attendo, in compagnia del simpatico sacrestano, le 10, ora dell’appuntamento. Si forma un gruppo tutto quanto in lingua tedesca e io con loro e capogruppo un giovane signore dai modi gentili e molto esperto di Pippo il Buono, del carisma degli oratoriani e di tutto quel che si vedrà nel bel giro che comincia salendo una scala a chiocciola. Io, col cuore in gioia anche se non sono poi quelle, per davvero, le stanze di Fra Filippo, ma ricostruite, secoli dopo, dal Bernini. Poco male: sue, di Filippo, sono gli occhialini, il rosario, le babbucce, il materasso, pezzetti del cuore suo grandissimo, incendiato dall’amore del Signore. Suo il pulpito ed è lui in molti bei quadri in giro all’intorno in quelle piccole stanze cariche di santità. Bello tra i belli, un dipinto del Guercino che ritrae il fondatore dei filippini con un gran libro davanti, ma distratto da un angiolino che gli mostra la croce e che lo distrae dagli studi perché il Signore, come si sa, ha nascosto la verità ai sapienti e ai dotti e l'ha rivelata ai piccoli. E San Filippo, questo,  lo sapeva bene,

Un filosofo giovanetto


Al mattino molto presto quando io mi aggiro già in attività in lungo e in largo a casa mia, accendo la televisione per un poco di compagnia ed è una televisione tutta parole e riflessione. Questa mattina, in studio, nella trasmissione di Raiuno dal nome tal dei tali, c’era un certo filosofo giovane che si vede spesso in giro per i programmi, qui e lì, il quale ha scritto un libro – udite udite – a favore della famiglia. Ascolto, mi siedo e parla, lui,  dicendo, secondo me, quel che basta capire con il buonsenso, che cioè il mondo moderno è andato in corto circuito, finendo a testa in giù. E propone, sempre lui, di tornare indietro per non finire nel precipizio. E fin qui, bene, sono d’accordo. Poi però per descrivere il mondo com’è adesso, il nostro filosofo dichiara: “Penso alla parabola di Brueghel, dei ciechi che conducono altri ciechi”. E allibisco: ma, caro il mio filosofo giovanetto, Brueghel non scriveva parabole, Brueghel era un pittore e ha semplicemente dipinto un brano del Vangelo di San Luca!  Poco più tardi, parlando di Sant’Agostino, il nostro filosofo lo definisce Agostino d’Ippona, come a negare il Santo che invece lo definisce. Va bene, mi consolo, anche Santa Monica, la mamma di Agostino, ebbe a tribolar con il figliolo. Crescendo, capendo Agostino d’Ippona, è diventato, infatti, Sant’Agostino.


venerdì 5 ottobre 2018

Mamme e figlie


Mia madre, Regina, il papà lo aveva perduto in guerra e così nel grande casolare rosa cipria di San Giuliano, lanciato come un sasso da un gigante, tra le piatte brume delle campagne friulane, viveva figlia unica e niente malinconica con sua madre, nonna Stella, e con la Lilli, che aiutava in cucina e nelle faccende, e che pur non essendo di famiglia, essendone parte viva, lo era più ancora delle tante cugine che capitavano ogni giorno in casa. Le figlie della Nani, le figlie della Jole e altre, a mazzi.
Le preferite, da mia madre, erano le quattro sorelle P sempre vestite di bianco con gran fiocchi candidi tra i capelli. E più in particolare Beatrice, chiamata la Bi per fare prima. Bruna, snella, intelligente, la Bi aveva nelle mani un tesoro. Cuciva in facilità come gli angeli del cielo e in ogni cosa che faceva, di legno, di carta, di cibo, riusciva a spremer fuori il sugo della vita. La Bi era, per mia madre, più che cugina, sorella. Le madri, però, erano due. Mia nonna, naturalmente, e la zia Janette, che ritagliava negli occhi due angoli di cielo. Alla mattina presto, quando tutti erano ancora al calduccio nel letto, la zia Janette (madre di sei figli in tutto) usciva, quatta quatta, con il foulard legato attorno al capo, per recarsi alla messa mattutina che era per lei viatico e ristoro quotidiano. Un giorno, fatti due o tre passi nella nebbia, lasciandosi alle spalle la Fiorina che era la villa di famiglia, si girò di scatto perché le pareva di sentir come un fruscio, un rumorino, qualcosa che non era naturale. Niente. Ancora due passi e di nuovo quel rumore. Nulla. Giunta alla Chiesa, si immerse tutta quanta nella preghiera e al rumorino non ci pensò più. Solo all’ite missa est, una suorina vestita di bianco le si portò innanzi e dietro nascondeva qualcosa che somigliava molto alla Bi. “Signora P., questa bimba credo le appartenga”.

mercoledì 3 ottobre 2018

Miraggi romani


Al mattino, molto, ma molto presto, quando le strade di Roma sono ancora abitate da elfi e da fate in danza argentina e le rombanti autovetture che le occupano a sole alto dormono ancora chissà dove (e anche chi le guida), io sono già in piedi per raggiungere un appuntamento segreto per un incontro misterioso che a nessuno posso svelare, e mentre cammino vedo la mia Roma stiracchiarsi, sollevar le palpebre, fremere per il sonno di ieri nel risveglio all’oggi stirato nell’attività quotidiana. E mentre sui miei passi in riflessione cammino svelta, incontro, nel mio andare, un arcobaleno di persone che più che persone sono apparizioni, meteore nel deserto che tutti abbraccia nel mondo a capo in giù e senza più respiro d’anima feconda.
Mentre nel mio andare percorro il marciapiede che corre, in fermata d’autobus, sotto la scalea del Palazzo delle Esposizioni, ecco che mi sento due occhi bianchi addosso e alzando il viso all’alto, coperto da coperte (e perdonatemi ma non so dirlo meglio), mi osserva un volto nero nero, giovane, giovane,  con una raggera appuntita di capelli sulla testa che paiono tanti soldatini col fucile a baionetta ad armacollo. Pungono, mi dico,  quei capelli.  Mi guarda, speranzoso, povera creatura, sperando in me, nel mio nulla e poi alza una mano dal palmo bianco bianco che mi saluta in gesto d’amicizia. Rispondo con una mano mia sollevata appena per non dargli la speranza che non possiedo per lui. Ecco, in questa fotografia romana, tutta la finta carità di quanto ci raccontano e ci  hanno raccontato. E intanto, con il cuore gonfio e i piedi alati, me ne vado per la mia strada, mentre vedo con la coda dell’occhio che il dormiente ora si alza e partirà in gambe ad inseguire un sogno che gli hanno sussurrato . e chissà chi lo ha fatto - nell’orecchio e che è un’illusione, un miraggio del deserto…