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martedì 16 gennaio 2018

Tessera rossa

Ebbi il mio primo contratto da giornalista (s’intende non un articolo 1) giovane e verde nella redazione di un settimanalino per teen ager che si chiamava “Hellò”. Direttore mio, e che mi scelse dopo aver io scritto per mesi e mesi lunghe e corte storie d’amore per adolescenti, era Michel Pergolani che allora, in quei remoti tempi quasi di Cleopatra, era “famoso” per essere lui nelle grazie di Renzo Arbore. Arrivava tardi in redazione, Michel, e, divertendosi leggeva i miei articoli su Simon Le Bon e su Nick Kamen, che erano i divi di allora, inventati e serviti su un piatto d’argento dal mago di Oz a chi (non io) se li beveva come semidei…
Io scrivevo, a capo chino, in compagnia di Sabrina, la segretaria di redazione, che ancora ricordo con affetto e tanta simpatia per l’intelligenza che guizzava dagli occhi neri e per il sorriso dolce che mi confortava. Passano degli anni e, rincorrendo il mio sogno di diventar scrittrice, non so neanche come e perché mi ritrovo nella redazione romana della Sicilia e dai a scrivere di questo e di quello e di politici che oggi sono famosi come Sir Pitt e Mazzarino. Intanto sono diventata pubblicista, con la tessera verde, e per diventar professionista e sostener l’esame (e ottenere l'agognata tessera rossa) ancora dovevano passare molti anni e tante pene. Che buffo, tanto patir per nulla, ché oggi essere iscritti all’Ordine dei Giornalisti (come lo sono io) ti dà il dovere appena di pagar la quota annuale e di fare i corsi di formazione obbligatoria (come se dopo tanti anni a scrivere di tutto tornassimo tutti quanti scolaretti, sui banchi di scuola…) e nessun diritto. Già serve poco o nulla oramai nel mondo all'incontrario... qualche tempo fa, all’entrata di una mostra tal dei tali, mi è stato domandato se scrivevo per un blog piccolo come il mio o per un giornale nazionale, mettiamo il Corriere della Sera (che per me di allora era una chimera). Ché tanto fa lo stesso, questo o quello pari sono. Con buon pace della tessera rossa…


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