Con il terzo occhio aperto e acceso, eccomi nella gioia del pomeriggio libero che si toglie il suo mantello di nebbia, bagnandosi il naso di pioggia, eccomi, dicevo, al Museo civico degli Eremitani, dove Padova - che non è soltanto la Città del Santo e della Cappella degli Scrovegni - regala, generosa tutto il suo fior fiore di bellezza a chi non vuol fermarsi a Giotto e a Sant'Antonio (che pure bastano e avanzano).
E siccome il giro è lungo e tante, tantissime le cose da vedere, dividerò il mio girovagare in due puntate. La prima comincia al piano basso, in faccia al chiostro che fu abitato dalle preghiere dei monaci eremitani. dove sono custodite le archeologie di Padova, dal protoveneto all'età romana. Protovenete e splendide le steli funerarie, dove in cocchio, le anime sono condotte da cavalli in furia nell'altro mondo. A far da guida, un auriga e un animaletto (un cane, un uccello), scout del paradiso dove abitano, innocenti già in questo mondo. Come sanno gli sciamani siberiani e anche altri...
Più avanti, che delizia, ecco le statuine equestri in bronzo che sono, in miniatura, le trisavole del gran Gattamelata che sfida pioggia e nebbia davanti alla gran Basilica dei francescani. Un arciere a cavallo l'ho ritrovato, poi, anche nel Battistero del Duomo, affrescato da Giusto de' Menabuoi, dove bisogna entrare ad occhi chiusi per aprirli poi al paradiso...
L'amore mi guida tra le steli romane dove riposa, in cornice, una fanciulla di nome Maxsuma, che era figlia di un tale Antonio Rufo. L'amore di un papà la rende viva, dolcissima, con trecce e pendenti, in mano un pomo: la vita che non ebbe. Sul colmo della cornice in pietra, due uccellini cinguettano in letizia. Poi, commossa, mi fermo davanti a un modellino in terracotta di gladiatore, con un mascherone in faccia che pare da ufo robot: il tenero giocattolo di un bambino, che con lui partì per il viaggio eterno e per arrivare fino a noi...

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