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lunedì 29 gennaio 2018

Dai Monti all'Esquilino

Una bennibag piena di rose per Sara
Nutro per l’Esquilino, alto com’è su Roma, e pieno di chiese, con i suoi bei palazzi in stile piemontese che paiono tutti quanti stirati in eleganti abiti alla moda di quel dì, nutro, dicevo, un amore antico e spesso, dai miei Monti (che sono, in proporzione, in basso, quasi ai piedi del primo Foro Romano), me ne salgo su, lungo la Via Lanza, verso il bel quartiere che è stato per anni casa dei piemontesi che, dall’illuminista città loro scesero, con baffi e burbanza, al Mezzogiorno, nella Roma papalina che allora non aveva né Via Nazionale né Piazza Cavour, ma era, e lo dico con qualche rimpianto, un gran giardino dove affioravano, qui e lì, orti e basiliche e dove la Santità della Città Eterna palpitava nella vera vita.
I piemontesi fecero di Roma un cantiere e costruirono il Vittoriano (che per i romani è e rimane la torta nuziale, ma che i turisti fotografano matti, scambiandolo, secondo me, per un tempio di Augusto…) e poi le vie grandi che tagliano il cuore di Roma, partendo da Termini per arrivare sotto all’abbraccio del Cupolone e molto altro. Roma cambiò, perse il suo cuore e divenne Capitale. Ma all’Esquilino, per qualche magia che è alchimia d’amore, Roma torna, per me, quella che era e mi pare, nei passi miei incantati, di ritrovare qui, proprio nella Roma piemontese, i vezzi e le malie della Caput Mundi che, nonostante i sacchi continui, lo resterà sempre. Mi perdo ad ammirare, dal fondo di Via Merulana, l’oro che splende a Santa Maria Maggiore, poi, con un quaresimale e il cappuccino, faccio colazione da Regoli (che è la pasticceria più buona del Rione) e poi, tranquilla, vado a snasare nei negozietti cinesi che sono qui e lì e ovunque e dove, spesso, non trovo proprio niente di bello. Poi, d’un tratto, Roma non è più Roma ma Medio Oriente. Eccomi al mercato, dove pare di stare in un suk damasceno e poiché l’ora è tarda e devo affrettarmi a casa, passo a comperare gli aranci dalla signora sorridente accanto al banco del pane di Roscioli e poi, in allegria, torno sui miei passi, scendendo verso i Monti, mentre il cielo d’azzurro vestito sembra profumare di bucato… 
Benni: mai dimenticato!

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