Corre il Frecciarossa
giù, già, lungo lo Stivale. Ecco, i colli Euganei, in lieto e placido meriggio,
nel dorato lucore del sole che sta per volgere il piedino infuocato al letto
del suo occidente, morbido di nuvole d’arancio e d’oro. Bologna, in festa,
attende all’imbrunire chi sale e chi scende mentre io, nella mia concentrata
preghiera, ricordo il suo Arcivescovo emerito oramai rinato al cielo, Carlo
Caffarra, che, per me, è un Santo, ma non così per chi siede oggi sullo scranno
di San Pietro in Vaticano. Ed ora ecco
Firenze, la bella, che ci accoglie nella stazione sua la quale porta un nome
tutto allegro e leggiadro, intitolato alla Vergine, da volerci stare un poco a
fare un riposino e infatti il Frecciarossa schiaccia il suo riposetto, dopo tanto andare, mentre nei
vagoni è tutto un chiedersi perché e percome di quel ritardo che è solo, io lo so,
il richiamo dolce e lieto di Santa Maria Novella che sentono anche i trenini rossi, in corsa pazza su e giù per lo Stivale…
Via, in carrozza, si
riparte. E Roma, la mia bella Roma, è la meta. E non mi importa, ora che conto
le ore e i minuti per ritrovare la mia casa e le mie cose, se è sindaco La
Raggi oppure no, se è sporca o pulita, se piove o splende la luna, se Spelacchio è morto o vivo e dove lo metteranno, poverino; nossignore, mi basta poggiare il piede a
Termini e respirare a tutto polmone la ritrovata libertà. E sono felice, mentre
cammino sulle radici antiche mie, verdi, in festosa piroetta, radici che non si
vedono, ma che, baciata la lor terra, mi fanno camminare come in estasi d’amore,
nella rinata primavera del cantico antico della terra mia.

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