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| San Giovanni dell'anima mia |
Alto e un poco curvo
alla sommità, nel grigio di occhi e capelli, il nonno Carmine, l’unico che io
abbia mai conosciuto tra gli avi al maschile, era il padre di mio padre. Di
professione, avvocato come mio padre, aveva lavorato tutta la vita in un
ufficio comunale, chino sulle scartoffie della burocrazia che sono foglie
secche dell’albero della vita., nel vorticare dei tempi vecchi e nuovi che non
lo cambiavan punto.
Bambina, al giovedì per
il desinare, si andava – noi piccoli Ponti – a pranzare dai nonni all’Appia
nuova (con vista sulla Basilica di San Giovanni), nel grande appartamento che si divideva in stanze e stanzette e dove lo
zio medico riceveva i pazienti sempre in attesa. Gli gnocchi al sugo rosso li
preparava la Elena che era piccola tanto da poterla mettere in una bennibag e,
in cucina, mi pareva che volasse come Flora Fauna e Serena della Bella
Addormentata. I piedini in alto, svolazzante il grembiule, recava in mano un
piatto di meringhe tanto leggere da parere nuvolette di zucchero…
In salone, la
bellissima zia Cecilia, detta Cilia, faceva, fino all’ultimo, i suoi spettrali
solitari: l’orologio e la scaletta e a noi, timida presenza, chiedeva se
andavamo bene a scuola. “Sì!”, rispondevamo in coro e lei “Bene, bene” e finiva
tutto lì. Il nonno Carmine, dopo il pasto, tirava fuori dal taschino un
sacchetto verde di caramelle bianche e, facendo il verso della gallinella,
depositava gli ovetti nelle nostre mani raccolte a coppetta. La delizia di quel
gesto gentile! Via in bocca, nella bianca prelibatezza dello zucchero e poi, puah, di
corsa in cucina, tutti sputati gli ovetti nel nero dell’anima loro fatta di
amara liquirizia. E il nonno, ridendo: “Non vi piace la regolizia?”



