Piccola, ostinata,
andavo controcorrente; il pensiero mio, rotondo, sembrava sempre, e non so mica
perché, fare a pugni, tradotto in parole, con quello della maggioranza. E non
sono punto cambiata negli anni. Ché oggi, quando, mettiamo, ascolto i tiggì,
senza dover (per fortuna) scrivere come succedeva quando lavoravo per il
Gazzettino, mi pare di sentire, tutto stirato, un mondo di buccia dura, un
mondo al rovescio, dove la verità, in croce, piange, silente, messa all’angolo
dalla menzogna, che se la ride, beata, nell’inganno che offre agli umani,
illusi di esser moderni e scienziati, nella corsa frenetica, tra Iphone e Ipad,
perdute le radici, tagliata la corda d’oro che respira, dormiente, nell’universo…
Ma basta con la
malinconia, io, per privilegio di grazia, nell’armonia respiro e vivo e poco
importano le mie parole. Ché anzi sono sirene oscure e non sanno rendere il
lucente mistero che è offerto a chi bussa alla porta. La porta si apre e la
fiamma si accende in un viaggio di luce e di tenebra insieme che è Atena e
Medusa tutt’uno, nel veleno che, rinato, si fa balsamo e ambrosia. E mentre
ripenso al mio viaggio, eccomi ragazza alla Sapienza di Roma, occupata dagli
autonomi o chi sa chi non lo ricordo. Io, questo sì lo ricordo, devo dare
Storia Moderna con Vittorio Vidotto, e il calendario degli esami è al piano tal
dei tali e internet non c’è e devo scoprirlo, un gradino via l’altro. Sicché,
giunta alla porta, chiedo al ragazzo di guardia (solo la barba nera di lui
ricordo…) di entrare. Mi risponde di no e mi volta le spalle. Presi a parlare.
Non so che cosa dissi, le parole sono aria e condensa, so solo che mi lasciò
entrare, meschino, e io, Maria Antonietta - nella treccia d’oro che mi
percorreva, a serpente, la schiena - percorsi i corridoi vuoti e l’ampia,
ariosa scala, come andando, da solitaria, verso il mio futuro solitario…
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