A Cala dei Gigli, molti
e molti anni fa, quando ogni tanto le pecore di Marino Porcu ciondolavano, nel
dlen dlen dei campanacci, fin sulla battigia, le zampe salate, c’eravamo Silvia
e io, tutte e due piccole e bionde e molto abbronzate. Io, tutta in lei che era
maggiore di un pugno di mesi, ma erano, allora, millenni, nell’essere lei, per
me, maga e incantatrice…
Giocavamo, insieme, o ai bambolotti (mio
Giovannino, suo Cicciobello) oppure alle Barbie o a fare, col pongo, le casine
di fungo dei puffi. Era lei a decidere a che gioco giocare. Io, ubbidivo. Ma
siccome la Silvia, allora e forse anche adesso, cambiava d’umore e d’idea come
la mia ghiandaia pettegola passa dal mirto all’olivastro, io finivo per fare il
pendolo tra le nostre due case a prendere e a riportare ora Giovannino ora la
mia Barbie Malibu, chiamata, a scelta, Margherita o Anna oppure Osanna, in
onore di una certa fanciulla in fiore romana che, forse, piaceva a me soltanto,
visto che il nome suo, d’angeli musicanti, si è estinto con lei e mai più l’ho
risentito indossato nel mondo.
A volte, poiché il
padre di Silvia era pescatore subacqueo, tutta la famiglia lasciava la Cala
nostra dei Gigli per perdersi in Grecia, in Tunisia e non so più dove, con un
sei o sette metri che portava proprio il nome di Silvia. La Silvia diventava
allora, per me Sherazade, e contavo le ore, i minuti del ritorno, nel
dopopranzo della mia solitudine sarda. Tornava, un alleluya. E tornava carica
di mistero, nel fascino che avvolgeva le giornate sue greche, tunisine e di chissà
quale altro luogo fatato. Intanto corre il tempo al galoppo ed eccoci grandi,
sempre bionde e sempre abbronzate. Non con le bambole più giocavamo, ma a volte
con i ragazzi. Ricordo una sera, d’argento, lei e io, crudeli, rannicchiate
dietro la porta di casa sua, con il riso in gola a scoppiar fin dalle orecchie,
mentre fuori, meschini, ci chiamavano due poveri illusi, rimasti con un palmo
di naso…
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