In aprile, all’Istituto
Mater Dei, potevamo togliere la divisa invernale - blu notte la blusa, a
maniche lunghe, fermate sul polso con un automatico e chiusa sul davanti da una
filza di bottoncini bianchi che parevano mentine - e indossare quella estiva, ariosa,
di bucato, nella fresca camicetta bianca a maniche corte che respirava, da
sola, la sua propria primavera. Smessa la divisa invernale, alla gonna a pieghe
(quattro per parte), venivano applicate le bretelle che, incrociate per di
dietro, scendevano belle diritte sul davanti, come in preghiera. Era un cambio
di stagione, per noi (felici) nel fiorire, anno per anno, di noi bambine in
giovinette. Alle elementari e forse anche alle medie (non lo ricordo, se
qualcuna lo ricorda, magari potrebbe scriverlo qui sotto…) c’era anche un
grembiule nero, penitente che consentiva, però, ai colletti della divisa
invernale ed estiva di emergere dal nerume, come fosse il disegno del candore
nostro nella pece.
Io, devo confessarlo,
amavo la divisa. Mi aiutava al mattino nella comodità spicciola e quotidiana della
giornata, mi piaceva la sua grave e serena semplicità che mi disegnava per com’ero,
già allora, una scintilla appena dell’universo, accesa - ignara - da un fuoco
vivo che, negli anni, doveva diventare mio… Mi manca oggi la mia divisa,
quando, a sventolo, devo uscir fuori all’improvviso
e l’armadio mi invita allo sgomento. Ci penso e ci ripenso e certe volte provo
due volte lo stesso vestito nella noia di doverlo poi, due volte, riporre al
posticino suo, inghiottito dai fratelli di stoffa e quasi vivi a modo loro. Ci
penso e ci ripenso mentre, nel sogno, indosso ancora e sempre la divisa estiva
dell’Istituto Mater Dei…

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