| Le margherite di Daniela |
Qualcuno caro alla mia
vita, al di là dell’oceano, mi ha fatto un regalo bello e sentito e vero e così
io, tornata bambina, con la cura che si ha per le cose amate, ho sistemato
nella vetrina delle meraviglie di camera mia le due mini Furga, Lisa e Lucia, stesse,
identiche, tali e quali a quelle (le mie) che i cani di casa avevano fatto a
pezzi molti e molti anni fa. Eccole di nuovo mie, dunque, e vere e vive come
quando, bimba, le pettinavo fino a farmi
male al polso per poi riporle, nei loro graziosi vestitini, dentro la bella valigetta color verde prato che era casa
del cuore… Sicché, per amor loro – di Lisa e della Lucia – sono ieri mattina
nel siluro bianco della metropolitana A, in viaggio verso la Valle Aurelia dove
le due bamboline abitano, tra altre sorelle, nella collezione di una signora
che non conosco. Mentre il drago bianco sfreccia nel buio ventre della terra,
io me ne sto schiacciata tra la gente, eppure in paradiso. Emergiamo nel sole d’oro
del Tevere romano in una dopostoria che mi accarezza l’anima nell’eterna
bellezza del Cupolone in lontananza. Si sta, di tra la gente, soli. E, sola
anche io, sono nell’armonia del tutto e bruum, di nuovo sottoterra, e dai e dai
finché, ad un certo punto, dalla fermata tal dei tali in poi, ecco una voce di
miele che ci informa: “Prossima fermata, Ottaviano, uscita lato destro…” E così
per ogni stop, mentre, piano piano, il treno che corre verso la periferia, si
svuota nella mattina appena sveglia. E mentre sono lì che conto le fermate
mancanti, mi torna in mente nonna Stella, per me l’unica nonna, al profumo di
violetta di Parma. Dovete sapere che, negli anni Sessanta, in bocca a Crono, si
chiamava al telefono, il 12 (della Sip che Telecom non c'era...), per sapere l’ora esatta e un disco registrato con
vocina di donna ripeteva, mettiamo, ore dodici e trenta e di nuovo e di nuovo
finché non diventava trentuno e poi trentadue. Nonna Stella che il dodici,
chissà poi perché, lo chiamava spesso, ricevuta l’informazione, prima di
riattaccare, diceva compita, stirata nelle buone maniere (che a me piacciono
tanto): “Grazie signorina”. E tutta contenta se ne andava via, col sorriso
acceso…
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