Quando mi sono sposata,
ché oramai gli anni mi fa quasi male contarli, che gran difficoltà (come per
tutti anche per me) cambiare cognome e abitudini e anche casa! Mio marito era
lì, ieri come oggi, e fermo e solido come lo erano, un tempo, gli uomini di
famiglia e ora non più così tanto. Lui sì, certo, ma non ho avuto aiuti, no di
certo, da sua madre (e ora che ho anch’io un figlio, la perdono…) e neppure dal
fratello (che ora si sposa pure lui…); un poco di più, almeno un sorriso e l’abbraccio
come di pane cotto al forno, da mio suocero l’ho avuto. Ché lui era, tutto
quanto rotondo, pur con quei difetti che sono sugo alla vita, d’anima semplice in
sorriso e in volo. Ma ricordo ancora oggi, come fosse accaduto poc’anzi, la
signora Vittoria che era nonna di mio marito e madre di sua madre. Lei sì, lei
mi diede il benvenuto, dicendo “me piase…” (cioè io) e raccontandomi, in un
veneto stretto di cui capivo una parola no e l’altra neppure, le avventure
avute con le badanti rumene e italiane,
e che chiamava tutte quante “golf”. Fu il riso la colla che ci unì. In
quel suo viso piccolo, un reticolo di rughe come sentieri nel bosco, ultima
come me di tanti fratelli, ritrovavo, non so neppure dire perché una casa e un
focolare.
Diceva viro al posto di
virus e grando invece di grande e il suo parlare quieto, la grazia del silenzio
eran, per me, come bere alla fonte, in sete eterna. E ora che ci penso a lei,
alla Vittoria, scattai – poco prima che morisse – tante fotografie, e belle, le
stesse che vengono da schifo quando protagoniste sono le bennibags. Quando si
trattò di catturare l’anima di lei, eccomi fatta Oliviero Toscani. Lei,
sorridente, vicino a un mazzo di rose rosa sorride ancora oggi dal comodino di
mio marito e quando sono lì che spolvero e metto ordine dei libri, la saluto
come fosse ancora lì e viva e vera…

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