In questo giugno quasi di
fiamma, croccante d’estate d’oro, quando me ne sto sola soletta al davanzale di
camera mia, baciata dal sole “al mare”, come dico ai miei, sperando che non manchi
proprio allora, che ne so, un paio di forbici, una gomma, o qualsiasi cosa necessiti una corsa mia, mi piace a volte, sì, leggere, ma anche star lì,
con le mani in mano, seguendo il mio respiro regolare, armonioso nel vento, il
respiro che mi conduce, cotta dai raggi, a Cala dei Gigli…
Allora, il respiro si fa
profumato di salso e di mirto e di rosmarino. Con gli occhi chiusi, non sono
più nella mia Roma, ma, distesa, scomoda (come è punto d’onore in casa Ponti)
sul muretto della terrazza di cotto rosa che fa una riverenza a Tavolara.
Tra i capelli il ponente, il sole sul
naso, negli occhi le onde d’argento laggiù a danzar brillando contro la rena. E
mi guardo, come se non fossi io, com’ero allora. Sono lì, bambina, già in
costume da bagno alle otto di mattina e pronti i secchielli e anche il thermos
con dentro il tè caldo di Jane:; sono lì e, come un miraggio, ecco apparir dai
ciuffi di vegetazione la Silvia. Sogno o son desta? Sfida il gran caldo con una
pidocchiosa marinara color blu notte, alta sul mento... Arriva, io, il cuore in
gola. E via il programma suo e di sua madre per la giornata, avventure al
quadrato: saltar le onde a Lu Impostu, sulle rocce del monte Limbara, un
giretto al mercato di Olbia. Supplice, osservo mia madre. Vorrei tanto, tanto.
Vorrei andare con la Silvia…
“Giù in spiaggia!”, rispondeva, puntuale, mia madre. La chimera al galoppo, io patapunfete… Dimitto auricolas, giù in spiaggia con Jane. E
ora so che il mio pellegrinaggio è cominciato, si può ben dire, allora allora e che il no di mia madre era il sì che cercavo. Non
avventure vestite da sci, ma un viaggio mi s’apparecchiava, un viaggio silente,
mio solo. Non sapevo, piccola com’ero allora, che Itaca, anche se pietrosa (ah il mio Kavafis!), sarebbe
stato il mio approdo…

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