Qualche giorno fa, in
questo giugno marzolino che non si decide, ostinato com’è, ad aprire le stalle
ai cavalli del sole, ho fatto una passeggiata con la mia amica Bice, che oramai
alcuni di voi (i pochi fedeli) hanno imparato a conoscere per essere, lei, gran
cercatrice d’oro metropolitano in forma di monetine e di biglietti d’autobus
vergini, caduti chissà come da tasche distratte. Come è nostro uso, con olio di
tacchi, via, gambe in spalle, per i nostri incantati vagabondaggi in questa
Roma che solo a pochi, forse a chi l’ama,
sa rivelare i segreti suoi custoditi da secoli. Sono epifanie, su fondo oro,
come belle icone russe, sono luci in terra, che io, non sempre, divido con chi
mi accompagna. Forse perché le parole sono nemiche all’incanto, forse perché l’occhio
di dentro è geloso degli aquiloni suoi o forse solo perché il filo del discorso
dell’altro cicala nel batter vuoto della lingua…
Così l’altro giorno mentre
lei, che è tutta quanta cucinata nella simpatia, mi raccontava la sua
disavventura in forma dei controllori dell’autobus che l’avevano pizzicata a
bordo senza biglietto, azzerando così, implacabili, severi, in un solo colpo,
le sue pazze ricerche di buoni due mesi, io, a un crocicchio, incrociavo lo
sguardo di bimba di una vecchietta vestita da capo a piedi, con guanti e
cappello e sciarpa annodata sul collo che solo a guardarla mi faceva venir la
rosolia. Il sorriso di lei, d'angelo, temperato in due occhiolini
di luce, non veniva dal mondo quaggiù. Era un fischio, un richiamo, il ritorno
al respiro di Abele.
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| Tavolara, arrivo! |

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