A Cala dei Gigli, quando in
Sardegna si incontravano gli armenti del sole a pascolar sulla rena, fin sulla
riva del bel mare turchino, in casa di Silvia, che era bionda come me e nelle
fattezze come nata dallo stesso uovo, si sentiva solo musica classica. Sua
madre, che aveva in uggia l’aspra riva
sarda, sognava le cime in panna di San Vigilio di Marebbe, e così per salire in
vetta – a ripensarci ora – si lasciava
trasportar in alto dalle armonie della
musica classica ascoltando non so mica dir chi e che cosa, perché allora, per me
(e mi vergogno a confessarlo…) Vivaldi e Monteverdi erano pianeti di Alpha
Centauri e persino per nulla interessanti.
Al mattino lei, Graziella, bella come'era, indosso una vestaglia color blu elettrico nel girotondo di tanti pois bianchi, si
aggirava per la casa, con gli occhi al cielo e alle sue montagne, mentre
suonavan quelle musiche aliene e che a me e alla Silvia davan voglia di
correre giù “inispiaggia”, come si diceva io e lei allora. Giù, scodinzolando, lontano
dall’argento, perdute nel sole d’oro di quella Sardegna della dopostoria. Via,
piegate in due, a catturar serpentelli con le mani o a cercar conchiglie in
infiniti su e giù coi piedi cotti dalla
sabbia…
Non capivo, allora,
Graziella (che chiamavo signora tal dei tali, mentre la Silvia dava del tu alla
mia, di mamma, senza tante storie…). Ma un giorno, molti anni dopo, in un negozio di
musica che a Padova è una leggenda, l’ho ricordata, capita, amata. Saliamo, con
mio marito, al primo piano, sezione musica classica. Nell’aria la musica di
Dio. In folgore. E non aggiungo altro. Dissi a mio marito: “La vorrei”. E ora so che, per
ascoltar quel Buxtehude che tanto piacque a me, persino Bach, e dico Bach,
camminò, bisaccia in spalla, per non so quanti chilometri…

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