Il ponente, a Cala dei Gigli,
poteva durare (e dura anche oggi) giorni, ma sempre dispari, come se Nettuno
che lo scatenava dagli abissi, agitando il gran tridente nel ballo pazzo di
tritoni e sirene, sapesse contar solo i numeri di mano manca, quelli del
diavolo, quelli che il resto non lo danno mai pari. In quei giorni di vento, di cavalloni e di mestizia sarda, si scendeva poco in spiaggia perché i
granelli di sabbia, fatti dardo, pungevano come tanti aghi e perché il mare, in
terremoto, non sembrava darsi pace mai. In quei giorni, dicevo, si stava a casa
a guardar dall’alto la spuma che si levava in preghiera verso il cielo terso,
vergine di nubi, elegante in quel suo turchino color manto della Madonna spazzato dall'aria in turbine. Si rimaneva a casa a far lavoretti. Io, l'uncinetto; mio padre, in sacramento (ché il ponente voleva dire, per lui, niente uscite in zodiac tra Molara e Molarotto) era uso attaccar su certi fogli di sughero le conchiglie raccolte sul fondo del mare, durante le sue rminghe fughe subacquee dal mondo. Erano piccoli quadri di cui andava fiero e che, nolente mia madre, avrebbe voluto attaccar ovunque per casa...
“Regina – diceva, mentre
lei, feroce, stornava lo sguardo – guarda che belle, le arselle! E guarda i
paguri, che disegni, che trine, i ricami della natura…”. Estatico lui, lei
sulla terra.
La bocca cucita, Regina
taceva e per inghiottire il furore che le traboccava dal cuore, di solito filava via in fretta e in furia e pregava dentro di se - lo so, lo so senza saperlo - che passasse quel diavolo di ponente e che si portasse via le fanciullaggini di suo marito... E Nettuno,
che amava e ama Medusa, raccoglieva la prece, stirava il mare nella danza di tante fatine d’oro sul pelo dell'acqua e via, nella scia bianca di spuma, mio padre, in zodiac, perduto nel suo abisso, di nuovo cacciatore...

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