Il tramonto all'arancia,
nel velo rosa e celeste del cielo in pigiama, riempiva sul far della sera l’orizzonte
di Cala dei Gigli. Il mare, in riposo, nel respiro dormiente della risacca, si
faceva d’argento e di smeraldo, mentre la sabbia d’oro accoglieva la
beatitudine dell’ombra che si allungava, sulla spiaggia, da occidente a oriente,
nel buio in cammino. Alcuni di noi rincorrevano il sole, schiacciandosi dall’altra
parte dell’anello che per noi, di Cala dei Gigli, era come passar la frontiera
di un mare straniero, saraceno, abisso d’ignoto. Persino la rena era diversa,
laggiù. A granelli di sale grosso, a beccare i piedi, da noi, fina, di semola e
farina di là. Non ci importava un bel nulla. Meglio di qui, nella mia Itaca
petrosa. Noi, di qua, avevamo la secca “Nuotiamo fino alla secca e ritorno, va
bene?” (sento ancora le voci in festa di noi bambini in pinne e maschera. Avevamo
le rocce e il laghetto salato per pescar con le mani le mormore e i serpentelli
colorati.
C’erano anche, allora,
le dune. Dune, di deserto, bianche, di luce, incendiate dal sole in dardo. Di
là, però, c’era – ma ai tempi di Noè – la fontanella, che accoglieva le nostre
labbra salate. C’era e non più. Non era nostro quel tratto di spiaggia che
siede ora sotto al gran parcheggio di Monte Pitrosu. Straniero, diverso,
calpestato da piedi ignoti, era “l’altra parte”, come la fine del mondo;
andarci era tradire il cosmo e l'armonia celeste. Si attraversava, o meglio io l’attraversavo,
soltanto per amore. Ché il mio amore di grano e olive abitava in una casa di là
che oggi non saprei neanche più dire qual è… E mentre ripenso ai miei passi
incerti d’amore, nei miei dorati diciannove anni di caos e sentieri nel bosco,
l’amore ritrovato, nel cosmo mio rotondo, si fa respiro e vita nel vento sardo
della mia Itaca ritrovata.









