Trascorrevo, ragazza,
ore lunghe di studio e di pensiero nella Biblioteca nazionale di Lisbona che,
al mio ricordo (ma non so) era tutta quanta di vetro, trasparente, libri come
fiori, pura nel vento salato che saliva, in turbine, dalla Baixa, nella danza
delle nuvole lassù. A mangiare, in mensa, ché ancora conservo, con la foto mia in
sorriso di primavera, la tessera plasticata che si mostrava, entrando, per
mangiare che cosa non so più. Non certo i
mariscos che eran la mia cena, con Zé Praça,
in un ristorantino di Cascais, piccolo, nel verde, sotto un tetto di
canne.
Quasi alla meta, la
laurea già in borsetta, studiavo, perduta nella chimera, cercando, nei microfilm del lascito Pessoa, il
mio filo d’Arianna. E lo trovai in un brano di prosa poetica del Libro dell’Inquietudine
che doveva ancora esser tradotto, con pezzetti in arlecchino, scelti (ché
altrimenti come fare…) da Antonio Tabucchi. Per me “Il Libro dell’Inquietudine”
era “O livro do desassosego” e così è rimasto, nel tempo, in poco ordine, color
rosso e d’arancio la copertina delle edizioni Atica, nella libreria di casa mia. Oddio, le
mastico a memoria, oggi, come allora le
mie nuvole del Porto di Lisbona! “Nuvens hoje tenho consciencia do ceu…”.
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| E' proprio Joao Gaspar Simoes... |
Per cercar la luce nel
gran groviglio degli eteronimi del mio Pessoa, mi feci coraggio, studentessa,
e, preso dall’elenco telefonico il numero di Joao Gaspar Simoes, che di Pessoa
era biografo e forse un poco amico, lo chiamai. All’appuntamento, un giorno
appena dopo, arrivai con quel timor reverenziale, al gusto di paura, che, verde, avrei provato a
incontrar Pessoa vivo, in carne (poca) e sangue, al caffè Brasileira… Suonai il
campanello. Mi aprì un omino rotondo, allegro, due lenti d’occhiale a
sfarfallar sul naso. Mi sciolsi e il pomeriggio volò via, nel riso, mentre
ancora oggi non ho letto, lo confesso, la monumentale sua biografia di Fernando
Pessoa. Me la donò nella sera che scendeva, nel profumo della cena, con un sorriso largo, scrivendoci
sopra non so neanche dir perché: “Para a Ester que sabe”.

Ti leggo sempre ma a volte non so commentare....mi inchino e imparo :)
RispondiEliminaSei la mia enciclopedia.Bacione e buona domenica Rita