In un’estate d’argento,
perduta nel gomitolo del tempo che non ritorna, ci sono io, piccola; e con me c’è
Silvia, piccola come me, e come me bionda. Io, fratelli, a scialare. Silvia soltanto
uno, Carlo, ma tutti lo chiamavano Carletto ed era uno come tanti, i capelli
color castagna, la faccia un po’ così; uno qualsiasi, se non fosse che, sulla
nuca, lì dove la capigliatura si scioglie sul collo chiaro, aveva un ciuffetto
di capelli color panna, pallidi, teneri, un vezzo che mi incuriosiva assai.
Perché mai la natura, o Dio, gli avesse concesso quella scintilla di neve in
mezzo a tanto bruno, io non me lo spiegavo proprio e, appena potevo, sbirciavo
di sottecchi quel piccolo, ai miei occhi, portento. Lo ritrovai molti anni dopo
al Mater Dei nella personcina magra di una ragazzina russa che arrivò, avvolta
di mistero, in non so più che classe sotto la mia. La massa di capelli dietro
erano lunghi, castani, né più né meno di quelli nostri che pure erano sempre
raccolti in trecce e code di cavallo e i suoi manco per niente. Ma davanti…
davanti aveva due frezze bianche che parevano due ali di colomba e che le
ricadevano sul naso in turbine di neve. E oggi, come allora, persa tra i miei
pensieri d’argento inseguo, nel mio personale quadretto del mondo, quel mistero candido. E mi par di vedere la vita vera, eterna , antica, bianca , spruzzar di sale il mutamento...

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