Bambina, leggevo l’ora, al
mattino presto, di tra i raggi che filtravano, magri, dalle serrande chiuse. Alle sette
ero in piedi e giù dabbasso a fare il pane abbrustolito per i fratelli che
arrivavano tardi, in corsa, con gli occhi acciaccati di sonno, accompagnati
dagli urli di mia madre. Io, io non avevo sveglia, se non la mia personale
smania interiore fatta di lancette e d’anima. Era la mia, una fretta contromano di andare a scuola.
Fuggivo forse di casa e dalla legge dei gemelli o, forse, fuggivo perché,
infilata nell’uniforme bianca e blu dell’Istituto Mater Dei, si stemperava,
quieta, la mia ricerca; il filo d’Arianna, perduto nel labirinto, dormiva nella
pia illusione di essere io come le altre, un granello dell’armonia che tutto
avvolge…
![]() |
| Uno scorcio, mio, della Padova bella |
Non mi pesava metter la
divisa, ché anzi l’elegante monotonia del bianco e del blu era respiro di
sollievo e vacanza rotonda dalla vanità del mondo. Nella mia gonna a pieghe, comprata
da Zingone al Pantheon ritrovavo, inconsapevole nei miei anni verdi, l’eterno
ritorno, il mistero domestico che si svelava a me soltanto in quel frusciar di
stoffe leggere a batter sulle ginocchia nude. L’ho ritrovata, ieri, la mia
gonna, nel baule di nonna Stella che mangia i vestiti e il tempo nel mio salone
di sole e di ombra. E nel veder quel tenero panno d’infanzia, eccomi di nuovo a
scuola, con le compagne, nel bagno delle grandi, mentre la Rossi Perduti si arrotola la
sottana, tale e quale alla mia, sulla vita per mostrar le gambe ai ragazzi del
De Merode. “Oh, fallo anche tu!”, mi disse lei, distratta, ma la mia gonna
rimase lì dove era e ancora adesso mi par che mi ringrazi.

Nessun commento:
Posta un commento