In un gennaio di pallida nebbia di molti anni fa,
nel casolare di nonna Stella che respirava silente, nel suo bel vestito color
cipria chiara, tra i campi friulani di
San Giuliano, c’eravamo noi, tutti e cinque piccoli Ponti, a passar, nella noia
elegante di giornate senza fine, gli spiccioli delle vacanze di Natale. Ognuno,
si sa, perduto nei casi suoi. I gemelli non so, Sara di certo seduta sul
cavallo di velluto nero dello zio Seba. Marco e io a giocare in giardino, tra l’albero
di ciliegio (secco nel suo torpore invernale), la vasca di marmo e la fontana
fredda, nascosta tra i pioppi antichi di un boschetto romito dove il freddo,
come l’acqua, pungeva dita e anima.
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| Gatto nero a Cala dei Gigli |
Un giorno, a turbar la
quiete delle giornate in fotocopia, a Marco scoppiò sotto al piede una
scarlatta tallonite che il dottor Bisigato non seppe punto curare. Il piede,
gonfio, doleva e la Lilli, per me vecchia come i pioppi del bosco, disse a mia
madre che c’era la Eva e che solo le erbe sue avrebbero portato via il male. Eccoci,
in tre - Marco, mia madre e io piccolina - nel filar bianco ricamato sul sipario scuro della sera, diretti a casa
della Eva. Friggevo dalla voglia di vederla, la Eva e chiedevo a mia madre alla
guida, un minuto e anche l’altro: “Quanto manca? E allora?”. Manca, manca. La
macchina andava nel filo d’argento; l’emozione mia, non so come, si trasformò
in sonno di porporina di fata. Non vidi la strega, la casa, solo sognata. Ma Marco, curato, lui sì l’ho
visto e anche, sul piede, le erbe dell’Eva…

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