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mercoledì 25 aprile 2018

Un altro 25 aprile


In casa Ponti, il 25 aprile non si festeggiava punto perché, per noi, tutti, oggi era ed è solo e semplicemente San Marco, che è un santo evangelista caro a chi, come mia madre, è nata nelle basse terre del Nordest, lì dove le montagne, alte e fiorite in bianco di stelutis alpine, sono un bel contorno violetto alla piana, dabbasso, coltivata in colori di terra che sono, per me, i preferiti. Non si festeggiava affatto la Liberazione  (e io dovevo compiere molti anni per capire i percome di tutto quel gran parlare in televisione…) perché più della Liberazione politica contava la liberazione spirituale e Marco, l’evangelista del Leone di Venezia, ne era simbolo e signore. Coraggiosa, Venezia, baluardo della Cristianità lo era stata e quell’anima battagliera, in arco d’oro, ieri e oggi ancora mi appartiene.
Ho ritrovato San Marco, durante le mie lunghe passeggiate solitarie nella Roma che amo proprio in piazza Venezia dove, di solito, si festeggia anche il giorno della Liberazione, una festa che però divide (infatti: http://www.dagospia.com/rubrica-29/cronache/te-do-io-liberazione-25-aprile-divide-rsquo-italia-milano-172361.htm) mentre Marco (che è il nome del mio fratello più caro e forse l'unico che ho...), San Marco, unisce.
La Chiesa di San Marco, che è di sguincio al gran palazzo rinascimentale noto come Palazzo Venezia, è lì perché il palazzo intero, proprietà romana della Serenissima, fu costruito da un gran Papa rinascimentale, Paolo II, nobile veneziano dal gran naso aquilino, al secolo Pietro Barbo, che volle, nelle sale sue raccogliere ciò che più gli piaceva, in quadri e porcellane e altre meraviglie, che oggi sono il museo ospitato nelle sacre stanze. E tanto simpatico era Paolo II (amatissimo dai Romani) che, appassionato di corse di cavalli berberi (le quali si tenevano lungo la via Lata che da loro prende il nome di Via del Corso..) per veder correre i destrieri a rompicollo già fino a Piazza del Popolo dove era il traguardo, si stirava e contorceva dal balcone che doveva, molti anni dopo, ospitare il Duce, Mussolini… Tutto quanto, impacchettato, in Piazza Venezia!  

https://www.youtube.com/watch?v=2n9xIkbKBKI: Benedetto, quanto, quanto mi manchi... in Domino, Ester

domenica 22 aprile 2018

Il seme antico

Geranio rosa, mio...

Ragazzina, affamata di verità, volevo fare la scrittrice. Istruita da Italo Calvino (io, beata), seppi subito che con la scrittura non si poteva campare e che bisognava, comunque, avere un mestiere. Così sono stata addetto stampa e poi a lungo, molto a lungo, giornalista e scrivevo, soprattutto e volentieri, di cultura: la biennale, premi letterari, convegni. Cose così, tutte quante. E mi sono anche divertita, olè.
Ma il cuore mio rimaneva, chiuso nella mia stanza segreta, nelle parole che erano il mio pane e vino, nelle storie che mi seguivano come ombre amiche. Con le parole giuste, lo sapevo, potevo spennellare sulla tela di un foglio, cose vere, sentirne la fragranza, il profumo, toccarne la consistenza. Non mi interessava, diciamola così, la strada di Gadda e di Joyce che lavoravano sulla parola per la parola, no, io desideravo solo trovare quelle giuste per rifare pari pari la realtà che mi circondava, trovandone l'anima. Questo cercavo e scrivevo e naturalmente leggevo. Tanto, troppo. Da bimba, da Salgari alla Montgomery e poi, grandetta, tutti i classici (da Proust a Tolstoj, che ora nessuno legge più) e poi, signorina ancora e signora poi lungo il sentiero mio, del gusto che mi conduce, scrittori considerati di secondo giro che sono stati, per me, maestri e amici. E proprio ieri, da un vecchio comò di casa, nel mio tentare di trovare ordine del caos, mi è tornato a trovare uno degli amici miei più cari: Emilio De Marchi http://www.treccani.it/enciclopedia/emilio-de-marchi/. E chi è, direte voi? Ebbene, è uno scrittore, un signor scrittore, dell’Ottoento, che pare nato ieri, tanto vivida è la sua scrittura e nutriente la sua prosa. Magnifici sono i racconti brevi (un po’ meno, a mio parere, i romanzi, ai quali manca il respiro lungo…). Bellissimi i racconti, tutti. Io, in poche ore, mi sono riletta “Vecchie storie”http://www.gutenberg.org/ebooks/10502 e vi consiglio, in questo lunedì di attesa nel convulso nostro mondo, di leggerle anche voi per ritrovare il seme antico che crescerà forte nell’anima e nel cuore…

venerdì 20 aprile 2018

Natale di Roma

Buongiorno Roma nel tuo bel compleanno acceso di sole e d’azzurro! Buongiorno Roma in ginocchio tra voragini e spazzatura, per l’incuria e l’incapacità di chi la governa e che vorrebbe, con burbanza teneramente infantile, governare l’Italia. Buongiorno Roma nel giorno che sorge sul passato glorioso che è stato di imperatori e di Papi e che ora si deve accontentare dell’angolino sporco in cui giace.
Altre parole, se non questo semplice buongiorno, non le trovo per il mio Natale” di Roma, quando, quasi tremila anni fa, sul cucuzzolo del Palatino, un re pastore, Romolo, tra quei sette colli come dolci mammelle femminili, decise di fondare un villaggetto di fango e paglia, fecondato dal biondo fiume Tevere; un Riobò che doveva trasformarsi molti anni più tardi, tra guerre e tempeste, con Augusto, in una città di marmo, statue e colori e poi, nel tempo che tutto muta, in un grande, sacro giardino disseminato di cattedrali e basiliche e  palazzi aviti. La Roma di Sisto V mi sorride mentre penso a questa povera Roma moderna, dove si può morire bruciati in un parco dedicato alle tre Fontane sgorgate dal suolo nel rotolare della testa mozzata di San Paolo…
Io, di quell’antica grandezza, che passò dai Giulio-Claudii ai Pontefici sono testimone. La vedo, la sento, come antica sorella. E il cuore mio si scioglie in lei che mi ama, mentre, senza armi, cammino tra le spoglie sue derelitte. Buongiorno Roma. In attesa del risveglio...

mercoledì 18 aprile 2018

Un caffè con Teresa


Nel mattino già alto, quando il sole, lassù, penetra, con i  raggi curiosi, nelle case nostre per portare luce e calore, ecco, in folata di motorino acceso, arrivare a casa mia una certa amica cinese che, da anni e anni, vive nel nostro Belpaese (dove ha messo su famiglia e vita),  cercando di mettere ordine nella cultura nostra, e nella fede, senza riuscire mai a porre in bell’ordine le cifre, in addizione e sottrazione, che danno come risultato l’amata comprensione del mistero, nella sapienza del cuore. Così, ogni tre per due (diciamo così) viene da me per accendere i lumi e per fare un poco di ordine nelle tante parole che girano in vortice nella testa sua. Di solito, in bell’ordine, sediamo, e ascolto. Lei chiede, io rispondo. Così sia.
Sembra facile. Invece pare, a me, di avere di fronte un mistero (il suo) e le mie parole, che di solito sono semplici, come scritte nell’acqua, e arrivano diritte dall’altra parte, mi tornano indietro, in bocca diciamo, mentre lei mette il freno, chiude la porta, sbuffa ed eccoci ferme a un bivio. Proviamo ad andare avanti, ma di nuovo il disco s’incanta ed è meglio finirla lì, con il sorriso. Dai, in cucina, ho preparato un bel caffè e le pizzette. Sedute a tavola, nel tepore della mattinata bianca che si scioglie nel pomeriggio (quasi), ritroviamo il filo d’Arianna che parte da un cuore e arriva all’altro, senza parole…

lunedì 16 aprile 2018

In Brasile, in Italia, nel mondo


Per le ragioni del mondo che spesso fanno a pugni con quelle del cuore, uno dei miei fratelli (quello a me più caro), con le sue belle valigie non di cartone, anni addietro se n’è volato via, per lavoro e per altro, in Brasile. Sua la nuova terra tropicale, dove tutto cresce troppo, in grandezza e forza sovrumana. Suo e della famiglia che si è formato laggiù un futuro di ordine e progresso. Suo, e della sua famiglia, la quotidianità all’ombra dell’Amazzonia che, poi, mutatis mutandis, non è poi troppo differente da quella di quanti vivono, come me, al di qua del grande oceano.
La quotidianità non cambia, no, l’amore – e anche il tradimento - è sempre quello ma tutto il resto, l’intorno, gli usi ed i costumi, sì perbacco, perché, come ricordo per un antico viaggio, nei giardini crescono gli avocado e da un ramo all’altro saltellano le scimmie…
Chissà, mi chiedo, come dovette parer strano il tutto ai Bragança, che spostarono dal Portogallo al Brasile corona, gioielli e pargoli, fuggendo a matto dagli eserciti di Napoleone… Da Lisbona, dal quieto Tago, in terra arida di Portogallo, si ritrovarono, Dom Joao e la moglie Carlotta Josefa di Spagna, a Rio de Janeiro, in aliena natura e alieno mondo. Diverso il cibo, diverse le abitudini, come scrive nel suo “Amazon Throne” Bertha Harding, che mi ha accompagnata, in allegro conversare (la scrittura è ottima!) per tutta la domenica scorsa, passata un poco in casa e un poco, con Bertha, tra Rio e Petropolis.
La coppia reale non si abituò mai a quelle latitudini e tornò, morendo di saudade, in Portogallo. Lo fece il figliolo loro, Pedro I, sposato con una (povera) Asburgo (Leopoldina), che, in salsa carioca, tradì per una marchesa, alla quale mise su casa nei pressi del palazzo reale. La guida che mostrava a mio fratello il bel palazzo dell’amante creola del Re, gli indicò le scale che portavano al boudoir.  “Saliva per di qua?”, chiese mio fratello. “Non saliva, il Re, correva!", rispose la guida. In Brasile, in Italia, nel mondo.

sabato 14 aprile 2018

Pranzi alla Comina


Alla Comina, cascasse il mondo, i nonni volevano i nipotini intorno al desco apparecchiato, al tocco. Fuori, festante in sangallo rosa, al suono delle campane, la primavera chiamava i bambini alle corse campestri sull’erbe infinite friulane, ma loro, ubbidienti, quasi sull’attenti, le davano le spalle e mia madre, la più alta (suo malgrado) e tutta ricci neri, guidava il gruppo, in calata d’età e d’altezza. Seduti, muti (perché parlavano solo i grandi), attendevano con pazienza le vivande che tardavano, neanche a farlo apposta, ad arrivare. Passati dieci minuti, ecco, tra i piccoli, le prime occhiate buffe, i risolini di noia e poi i dispetti non visti, sotto al tavolo. E ancora risatine sommesse. “Fuori tutti!”, gridava il nonno, severo. E tutti i bambini, ubbidienti, scappavano in giardino dove le risatine, che dentro erano chimere, e tanto divertenti finivano per sapere d’acqua saponata e si liquefacevano, nei visetti sbigottiti, in lunghi pippi e musi, mentre il pancino brontolava…
“Tutti dentro”, interveniva, con la bandiera bianca del buon senso, la nonna, premurosa, vedendo quel grigiore infantile dalla finestra con l’occhio dell’amore. E di nuovo dentro, seduti, ai bambini toccava il supplizio delle portate. Ultimi dovevano servirsi e tanti occhiolini smarriti seguivano i gran piatti allegri di profumi e sughi, che man mano, serviti nonni, zii, cugini grandi, ospiti e resto, si facevano sempre più magri, smunti, disadorni…
Andò peggio, un secolo prima, alla sorellina di Massimo D’Azeglio, alla quale, tornata in ritardo per il desinare con la missy francese, fu servita la minestra fredda, sul terrazzo mentre i fiocchi di neve le danzavano sul naso… Era così, allora, e i bambini, che non erano re come quelli di adesso, non crescevano poi tanto male se tutti insieme, nelle generazioni che ci hanno preceduto, hanno fatto grande l’Italia senza poter chiamare il Telefono azzurro…

martedì 10 aprile 2018

Un panino di frittata per Michelangelo

A ventitré anni, praticamente un ragazzo, Michelangelo Buonarroti scolpiva nel marmo la divina "Pietà", dove la Madonnina sembra, nella serica purezza del volto, più giovane del figlio che reca, morto, in grembo e tanto ne andava fiero, e giustamente, che, di giorno, il grande artista fiorentino se ne rimaneva nascosto tra la folla per udire i commenti di questo e di quello e casomai portarseli a casa, nel suo tesoretto di sacrosanta vanità.
Una di quelle mattine, giunto nella Basilica che ancora non aveva il dolce abbraccio del colonnato di Bernini, ud' un galantuomo che domandava a un altro: "Oh chi mai ha scolpito un tale capolavoro?" E il secondo pronunciò un nome che era di un altro scultore e non del Buonarroti. Il quale, dunque, su tutte le furie, se ne tornò a casa sua al Macel de' Corvi, cioè davanti alla Colonna Traiana, a rimuginare. E tanto fece e tanto pensò che quella notte stessa con fiaccola e scalpello era a San Pietro a scolpire il nome suo a tracollo della Vergine. E ancora adesso, infatti, la Pietà è firmata da lui.
Ma quella notte nera, lì alla Cattedra di San Pietro, Michelangelo non era solo. Una suoretta di lì, vistolo al lavoro, gli si fece accanto e gli domandò un tanto di polverina di marmo tratta dalla dolente Madre degli uomini, e lui, distratto, gliela concesse e la raccolse nel palmo e la versò poi nel palmo di lei. Finì così? Niente affatto perché la suoretta, tutta felice, sparì e tornò solo poco dopo, recando il suo grazie in forma di panino alla frittata. Che Michelangelo divorò in alleluya e grazie...

lunedì 9 aprile 2018

Piccolo mondo giapponese

Grazie a Raiplay, la Rai si fa in non so quante e regala a chi lo desidera, un vasto assortimento di spettacoli vecchi e nuovi, polverosi sceneggiati in bianco e nero, chicche di storia dell'arte, documentari belli e anche film in lingua originale.
Bene e grazie perché dei film americano, io perlomeno, ne ho piene le tasche e l'anima. Un po' perché, a guardarli di fila, non si fa altro che veder pugni, sangue e violenza, oppure coppie miste che saltano a letto, senza neppure scambiarsi due parole e  conoscersi un pochino; e un po' perché, diciamo così, gli eroi non somigliano più affatto a John Wayne...
Sono eroi, quelli di oggi, figli del mondo a zampe in su dove siamo costretti a vivere. In "Killer Joe", ad esempio, l'eroe, il "buono", è uno spietato killer che se la fa con una minorenne. Se questo è un eroe, io sono Joe Condor. Davvero. In un altro film, uno nel mucchio, cioè "American Beauty", si finisce, vista la melma tutt'intorno, a parteggiare per un ragazzo scorbutico con la passione di videoregistrare il mondo e che di professione fa... lo spacciatore di droga. E questi sono soltanto due esempi presi a casaccio dal mondo del mago di Oz. E quindi, e passo al sorriso, con sollievo, gratitudine e allegria, mi sono vista tre bei film giapponesi, su Raiplay, tutti eleganti come sono sempre i giapponesi (le stoffe dei kimono, la meraviglia di quelle tinte fuse insieme con grazia divina!), che raccontano storie semplici, famigliari, dove però i buoni sono buoni e i cattivi no, dove nelle famiglie i padri non sono sempre orchi e le mamme, non sono sempre di fretta ed in carriera, ma sono donne e lavano e cucinano e cuciono persino. Per vederli, andate su Raiplay, sezione film in lingua straniera: sono lì, in fila, tutti per voi. Nell'abbraccio d'oro del Sol Levante.

domenica 8 aprile 2018

Compagne di scuola





Splende il sole, un sole già di primavera, su questa bianca domenica in albis, giorno in cui, nella chiesa nascente, i catecumeni, dopo il battesimo, si toglievano le vesti purificate e cominciavano la loro vita nuova, nella gioia del ritorno a casa. Anche io, a modo mio, sono tornata a casa, sabato pomeriggio, nelle ore che ho trascorso in una sala sotterranea del Church Village Hotel (come antiche catacombe…), dove si teneva un bel convegno dal titolo: “Dove va la Chiesa Cattolica?”, nel ricordo "Pro Vita" del compianto arcivescovo di Bologna, Carlo Caffarra (che io amo). La sala era piena piena (cosa sorprendente visto che ai convegni di solito le sedie sono vuote…) e tutti, festanti, nell’udire chiare le parole chiare della dottrina del deposito di Pietro (che mai può mutare e che il Pontefice è chiamato a conservare) Al tavolo della presidenza i due santi cardinali, Walter Brandmuller e Leo Burke che hanno parlato dell’importanza del “sensus fidei fidelium” (cioè di quanto basilare sia la fede dei credenti per i Pastori) e della “plenitudo potestatis” del Pontefice che, al contrario, ne delimita i confini.  Lezioni alte, sublimi, eppure seplici, comprensibili a tutti, come certe lezioni che sentivo, ragazza, all'Università e che diradavano le nubi mie sui trimetri giambici o sul linguaggio segreto dei villancicos.  Che bel respiro! Gli applausi tutt’intorno, entusiasmo, gioia vera, vita. Interviene Marcello Pera, con quel suo bel volto concentrato, ma ecco cambiare il programma. Il professore s’impiglia nel catechismo, non sa, da buon laico, che cosa sia la sapienza del cuore. Sento una gomitata al fianco. E’ la mia vicina: “Ma che sta a dire questo qua, con rispetto parlando?”, dice e io “Bo?”, rispondo. E tutte e due, precipitate dalle stelle alle stalle (per aspera ad astra) ci ritroviamo a ridere come due vecchie compagne di banco.
Infine, un link  a uno stupendo inno scritto dal cardinale Newman...

https://www.youtube.com/watch?v=DZzKLZITZ0Y&list=RDMMDZzKLZITZ0Y

venerdì 6 aprile 2018

Vita nascente


Io non riesco proprio a capire –  nel mio piccolo e piccolissimo, e scusatemi se potete - perché l’onorevole Monica Cirinnà ha dichiarato guerra a un manifesto che mostrava niente altro che la sagomina di una creatura nel grembo della sua mamma. Niente di più dolce, inerme, indifeso… Davvero, mi chiedo, possibile che questa semplice, divina meraviglia – la vita nascente nel miracolo del mistero – possa scatenare tanta violenza verbale e poi tradotta in fatti? E non credo, onorevole Cirinnà, che un manifesto in Via Gregorio VII possa far cambiare idea a persone che, come lei, le idee le hanno ben chiare. E non sono certo idee democratiche. Perché, mi perdoni, cara onorevole, ma noialtri – quelli, cioè, che ritengono la vita un dono e non un diritto – siamo bombardati notte e dì dal vostro punto di vista. Che è, appunto, il vostro.  E non per questo lanciamo crociate su Twitter e chiediamo l’intervento della sindaca Raggi. Noi sappiamo, perché lo sappiamo, che se i ciechi conducono altri ciechi si finisce in un’Italia desolata, senza bambini, dove lo spietato pifferaio di Hamelin con le sue blandizie e i richiami al diritto universale dell’uomo su tutto ciò, in realtà, che non è umano e non appartiene agli uomini, conduce chissà dove i tanti bambini perduti, nel massacro inconsapevole, quotidiano...
Ma, cara onorevole, il sole splende, domani è la domenica in albis, il giorno della misericordia, e quindi, coraggio, avanti. Solo un piccolo ricordo. Il ricordo di quando, in un giorno di marzo, fuori da un laboratorio asettico di varecchina e pulizia, c’ero io con un foglio in mano. Il foglio che mi diceva che sì, la vita fioriva nel mio grembo, che il mio bambino sarebbe nato: sì, cara onorevole, il giorno più bello della mia vita!

mercoledì 4 aprile 2018

Un piatto in più

benniposh principessa

Quando l’Irlanda era ancora l’Irlanda, gli uomini e le donne erano tranquilli e San Patrizio dava il la alla vita verde del piccolo popolo di poeti e musicisti, io ero a Dublino, ospite in un quartiere semi-centrale di villini con il giardino davanti e di dietro, dove regnava l’ordine beato di una certa signora alta, sottile, solenne, dagli occhi azzurri che di nome faceva Kathleen e per cognome portava, sposata, un cognome che era più francese che irlandese e che, tradotto da noi, significa piccolo. Era il suo piccolo regno a due piani, tenuto da lei nella felicità domestica; sventolavano le lenzuola ogni quattro giorni, il pane alla soda era quotidiano e così pure l’apple pie che lei preparava, sveglia al mattino all’alba, mentre noi, al piano di sopra, dormivamo i bei sonni della gioventù innocente  sotto le coltri di piuma…
Al pomeriggio, nel fazzoletto verde che si stendeva sul dorso della casa, era tempo di giardinaggio. Mrs P. indossava il suo grembiale bianco, un cappello di paglia, guanti da erbe e, con il forbicione, tagliava, spuntava, rassettava siepi e alberi. A me toccava il beato compito di raccogliere gli scaramacai che erano, per Mrs P., nemici da abbattere. Io li raccoglievo in un cestello, neri, viscidi, sinuosi, e lei non so che cosa ne facesse però scomparivano nel garbo suo che forse, ora che ci penso, era anche un poco feroce.
Il suo inglese, ricamato di cortesia e buone maniere, era rotondo, tutto formule masticate da cent’anni e che regalavano il sollievo al cuore. Molti anni dopo, con la babysitter di mio figlio, siciliana, ritrovai il bel barocco cortese nella lingua già scarnificata dei nostri tristi giorni perché lei, quando desiderava restare a cenare da noi, non si autoinvitava, per carità, ma con un  ahhh di sospensione diceva: “Stasera sono libera… “ e aggiungeva, ma solo dopo aver lasciato in aria quel tanto di attesa che serve a prendere bene la mira: “Se Dio vuole…”. Non capivo, quando capii, mettevo sul tavolo un piatto in più…

lunedì 2 aprile 2018

Divina bellezza


C’è nell’aria come una trina d’oro, intessuta dagli arcangeli e dalle potestà, che vela di muto splendore la creazione, quella creata e quella creata dalle creature. Alberi e case, la tenera erba e i piccoli nontiscordardime e anche le strade romane, in su e giù carovaniero, mangiato dall’acqua e dalla neve. C’è nell’aria, e si sente, il profumo della vita nuova, della verità semplice, silente, piccola così che torna con forza a dirsi unica, divina, invisibile bellezza, regina del mondo visibile che a lei si inchina. C’è e io, dentro, sento una serenità di serafini, come se mille nuvole danzassero sulle punte nell’anima mia, piroettando su un orizzonte di miele. C’è, in questo lunedì dell’angelo, la speranza della rinascenza, l’anelito a tornare lassù per bene vivere quaggiù, tra i fratelli.
Io guido, nella città che piano piano si risveglia dopo la Santa Pasqua per arrivare dove so io, nella casa grande, circondata da verde giardino, che mi ha visto bambina. In corsa percorro il viale, chiamo chi dentro ancora vive, entro nel buio androne, mi perdo nella ricordanza dei tempi remoti in cui il bene era il bene e il male, da confessare, male. E in folla, ecco la Mimma e Sormario e la nonna Stella tornare di ossa e di carne, mentre l’erbe bussano alla porta finestra e con loro il nero gatto che pare sempre affamato di carne e d’amore. La testa mi gira e mi siedo mentre mia madre prepara il caffè. Poi, tutta pensierosa, mi dice: “I gemelli sono andati via. Come faccio con la faraona…”. Un sorriso di quotidianità mi riempie il cuore e mentre lei, da sola, si risponde, io giro il cucchiaino nel nero caffè benedetto e taccio, beata.