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Al venerdì dell’Immacolata
ero, alle 9 del mattino, nella bella chiesa (che è parrocchia ai Monti)
dedicata alla Vergine e che è tutta scura e ombra come il grembo di lei e della terra nel quale
il seme, che è la nostra anima, si addormenta per farsi pura. Lì, abbracciata
alla Mamma, essa, piccola com’è, e tutta fuoco per il suo vero amore, nella
gioia viva, matura e cresce. In profonda quiete, poi, nel silenzio d’attorno, e
sollevata dalla grazia divina e rotonda fatta Santo Spirito, si trova, in
solida umiltà, a respirare nella vita vera. Ero, dunque, lì, con le solite
poche presenze amiche (Adriana, la mia dolce Adriana soprattutto!) alla messa
festiva in dedica a Maria.
Poche presenze, scrivo,
qui e in tutte le messe dove vado (spesso e appena me lo si consente) perché la
dittatura della modernità ha reso quel tempo prezioso, anzi d’oro, incenso e
mirra, come una sospensione inutile del vivere che si deve ritagliare nella
fretta del fare, nella brama di avere, di possedere soldi e di invidiare gli
altri. Poche, dicevo, perché poche sanno quale inesprimibile gioia, che
dolcezza senza fine si prova nella contemplazione che vuol dire soltanto,
semplicemente, stare alla Sua presenza, con lui, un Padre buono, in dolce tenera amicizia.
Ebbene io ero lì e d’un tratto, alzando gli occhi, alla cupola vedo, in un
affresco che ritrae la presentazione al tempio di Maria bambina, che la vergine
Santa porta, in semplicità, lo stesso nodo di capelli a pomo d’arancia che ho
io e che il colore è tale e quale, sul miele e sul biondo. Ma silenzio, arriva
Don Ermanno…
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