Ci siamo trovate, lei e io,
in un baretto bianco seduto sul vispo marciapiede
di Viale Libia. Eravamo fanciulle, siamo donne; io precipitata nell’Ade e
rinata, nel mistero del mito, Demetra, lei ancora Persefone, nei ricci dei
capelli neri che paiono le serpi di Medusa, seduta in due occhi chiari (ma come
mai, mi dico, li ricordavo, io, scuri…) che
sembran guardare alla soglia, la mia, con un tremito misto di desiderio
e paura…
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| Io, nel mio azzurro, scendo nella gran cisterna di Istambul, a cercar le forme di Medusa... |
Ci siamo trovate, nel bello di quello che ci è
accaduto negli anni, i figli e la vita, io e lei, come allora, a Siviglia, e
non avevamo, entrambe fanciulle, che due decine d’anni. Nel balzo del tempo a
ritroso che mangia il confine del fiume, siamo di nuovo, nella memoria mia
accesa, io e lei, nel Barrio di Santa Cruz, cercando una stanza per due, ché
lei ha il cuore gitano e io, in un pensiero catalano, tutta quanta nel ricamo
bianco del Guadalquivir. Siamo lì, nella sera, dentro e fuori case silenti dove
si affittano stanze. Ce ne sono in alto, al confine col cielo, nei candidi
merletti dei musi di muro; e ce ne sono in basso, cullate dall’acqua che sgorga
in fontana nell’ombra del patio che è cuore alla casa. Io, nello spirito
alato, dico su, su, con le finestre aperte sul cielo. Lei (e aveva ragione…),
giù, dabbasso, nella frescura, nel buio, nell’Ade. Sapeva allora (e io no), ciò
che fatica a ricordare ora, travolta com’è dal sole d’agosto che cucina la nostra amara modernità
senza radici…












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