Non so più quante
volte, scendendo in volo dalla scalinata di Magnanapoli per andare in redazione
o in biblioteca, mi ero detta, guardando quel gran signore di palazzo merlato
che porta il nome di Palazzo Venezia, oh via Ester, sarà bene che si faccia, a piedi
alati, un giretto anche lì, come hai snasato un poco ovunque nella città dei
Cesari e dei Papi. E siccome l’occasione è come il sassolino di luna che ci
conduce per mano lungo il cammino della vita, qualche giorno fa, ma mica tanti,
ecco che leggo su un manifesto, grande così a dondolar nel vento, scritto, mi
pare, per un paio di giganti, leggo, dicevo, di una mostra, “Tavole
miracolose”, la quale raccoglie e vanta una sfilata di icone della Madonna che
fanno di Roma, sorella di Mosca e di Costantinopoli. Quel viso ieratico di una
Maria orientale, soffuso dal suo oro, par chiamarmi da lontano. Obbedisco, vengo,
dico, vado, e, dirigendomi dove non dovevo, imbocco la scalinata di marmo,
chiedendomi, nel salire, che effetto avrebbe fatto, a me, salir quei gradini in
pompa magna, in compagnia del cardinale tal dei tali che, nel Cinquecento, quel
palazzo lo abitava. Non faccio in tempo a seguitare il mio pensiero, che è già
tempo di pagare il biglietto e di entrare. Sulla destra, la sala è scura e le
Sante Vergini sono, come devono essere, lì al modo di presenza divina, di luce
e d’oro, nel mondo buio… E’ questo, mi dico, il senso delle icone; ché, invece,
i quadri nostri, di Raffaello e di Caravaggio e di tutti i nostri grandi e
grandissimi, sono lì, belli di paradiso, a farci vivere un momento, sì divino, ma al quale noi partecipiam da
ospiti un poco ficcanaso. Ma bando alle ciance filosofiche, l’esposizione è finita in gloria
di San Luca (che, secondo la vulgata, avrebbe dipinto l’icona di Santa Maria
del Popolo) e io ritorno sui miei passi per prender due piccioni con un chicco di grano e
visitare il museo che, lo so per sentito dire, ha una gran bella collezione di
ceramiche e di terrecotte. Sicché, girando sulla sinistra, mi giro il museo. E
c’è Giorgione e due ritratti di Rosalba Carriera (ma attribuiti sulle etichette
ad altri non so mica dir perché…) e c’è persino una portantina d’oro che fu di
un nobilone Ruffo di Calabria. Ma delle ceramiche, nessun segno. Ritorno
indietro a chieder lumi e lo faccio nella persona di una signora bionda di una
certa età che mi fa simpatia a pelle. Mi spiega, allargando le braccia, che è
questione di personale. Quando c’è, c’è. Altrimenti si chiude. E io: “E quando
c’è?”. Ma risposta non ce n’è, solo occhi al cielo. E mentre, dopo i saluti e i complimenti per la
mostra, sto per andare via, ecco entrare una coppia di turisti tedeschi, la guida stretta al petto. L’italiano non lo sanno e la mia amica, né tedesco né inglese. Faccio da interprete. La
domanda dei due turisti armati arriva a bruciapelo: “E la collezione di
ceramiche?”. I pensieri in turbine, la lingua in danza, mi fermo, ristò e
rispondo: “La sala è chiusa per restauri”. Perché io, la mia Italia, la amo…
venerdì 30 novembre 2012
mercoledì 28 novembre 2012
Il sentiero di Susanna
A scuola l’Ottocento,
per me e anche per voi (ci scommetto) era tutto occupato da Manzoni e da
Leopardi. Una barba lessa, decisa – non so mica dir perché – da Francesco De
Sanctis che, dal podio suo di gran critico incoronato, aveva stabilito chi era
grande, e quindi da leggere sui banchi, e chi, invece, no. A me, Manzoni e
Leopardi, beninteso, piacciono, oh bella, eccome, ci mancherebbe altro, sono
glorie tricolori! Del primo, che era conte e suocero di Massimo D’Azeglio,
scrittore anche lui (i suoi ricordi, che belli!) e politico, si leggeva fino a noia i Promessi sposi. Ricordo
- che gioia! - ero Fra’ Cristoforo in quinto ginnasio…; del secondo, a memoria,
ma più a papera, l’Infinito e Il sabato del villaggio. Tutto qui e le Operette
morali, nel dialogo tra il passeggere e il venditore di Almanacchi (che non ho
mai capito ben cos’erano…). Sicché raggiai e stupii quando, grandetta, mi
immersi tutta quanta per i sentieri alpini di un altro Ottocento, detto minore, che non
conoscevo punto se non per cognome in un elenco di “ismi” e di "ure" che somigliavano a tante gabbie per criceti. Avida, onnivora inseguii prima, nei racconti suoi
(bellissimi) Emilio De Marchi e poi, in rapida salita, Luigi Capuana nelle sue “Paesane”
e, subito dopo, nelle “Nuove Paesane”. Furono, per me, quelli, incontri di
delizia nel saliscendi di un italiano, il loro, vivo, colorato, profumato di
verità, croccante di forno, come appena cotto alla brace, che non mi capitava di leggere mai tra gli
scrittori moderni che pure seguivo per dovere, essendo io addetta a far recensioni degli italiani esordienti per un certo quotidiano che allora dormiva il suo
tragico futuro sulla piazza delle Cinque Lune. E mentre mi perdo nei nomi e nei
cognomi del mio Ottocento - nomi che vorrei regalarvi per il fine settimana dell’Immacolata
concezione - mi viene in mente che fui io, proprio io, tra le prime - almeno credo - a recensire, in un colonnino
(ma mi sembra di ricordare che fosse una breve intervista…), “La testa tra le
nuvole”, di Susanna Tamaro. Era un libro di racconti smilzo (delle edizioni
Marsilio) che mi parve ed era perfetto nello stile nudo che andava di moda allora e che si
chiamava, in un altro "ismo" chiuso nel cofanetto suo, minimalismo e veniva dall’America. Doveva ancora, lei, la Susanna, innamorar
Federico Fellini che le dedicò, poco più tardi, se non sbaglio, due pagine
grandi e dense di Repubblica. Dal colonnino mio alla celebrità…
martedì 27 novembre 2012
Gogol a Roma
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| Camminando lungo i sentieri dell'anima |
Tra tutti gli scrittori russi, che pure amo in un
mazzo, tutti quanti – Tolstoj e Turgeniev e, oh, il mio Cekhov! – quello con
cui andrei fuori a cena, a passeggiar tra il Pantheon e Via Sistina, e forse
anche più in là (magari potessi in una seduta spiritica di nonna Stella…), è
Gogol. Non so voi, ma io, “Le anime morte”, l’ho letto in un fiato, non so più quante volte,
ma tutte quante – nessuna esclusa – mi hanno lasciato la memoria chiara,
precisa, ritagliata in un quadretto di gioia, di una risata sommessa, argentina
(la mia), un rumor di ruscello a piover sull’anima nel legger, squadrate,
precise, le dolci miserie dell’umanità, cucinate nel soffritto speziato della
carità. Mi pareva di vederlo, chino allo scrittoio, il mio Nikolaj, e io a
preparargli un caffè sul samovar, mentre l’inverno cosacco scendeva a chiuder
le tende della notte ucraina… Scrivo questo, perdendomi nell’amore che ho per
le parole e per chi sa usarle con grazia, con gli occhiali rosa della santa
ironia che oggi, nei libri, non mi par di scorgere più; come se le lenti si
fossero perdute nelle pieghe caduche, virtuali della forsennata modernità;
scrivo di Gogol mentre la televisione manda in onda, mio Dio, il film del mondo
al contrario, che era ed è quello di Cicikov, un maldestro truffatore, in
crinoline, che fa la parte solenne, stirata del gran signore. Scrivo delle
anime morte e rivedo, in un film, bello, bellissimo, Gogol a passeggio per le
strade della sua amata Roma che gli faceva venir voglia (e anche a me) di
trasformarsi in un “enorme naso con narici grosse come secchi per farci entrare
almeno settecento angeli”. Scrivo di lui e, di fronte alla vita che scorre
nelle immagini e nelle parole dei giornalisti televisivi, mi arrendo e, d’un
tratto, mi par di capire, fresca nella mattina rosa che sorge, perché, un
giorno amaro Gogol decise di bruciare la seconda parte delle sue anime,
mandando Cicikov al rogo.
sabato 24 novembre 2012
Nel sorriso del drago cinese
Ci sono un mucchio
di cose da fare a precipizio al sabato mattina: la spesa al mercato (per
comperar la frutta e la verdura buone per passare il ponte del fine settimana)
e ci sono le scarpe allargate di Andrea da ritirare dal calzolaio di fronte
alla stazione Termini e le cartucce nuove per la stampante, che sembra sempre ingorda
di inchiostro nero e colorato, in parti uguali, o forse no, solo del primo, ma
tanto poi bisogna comperar sempre le cartucce gemelle, 31 euro e crepi l’avarizia…
Va bene, mi arrendo e, con la spinta dell’abitudine, che è gioia d’occidente,
in quel freschetto del mattino giovane che non assomiglia punto all’autunno e
molto, invece, alla primavera in balzo, sono già sulla via dei Serpenti, con un
sorriso al Colosseo, che da laggiù mi guarda con i suoi antichi occhi flavi.
Cammina cammina, lungo la via Giovanni Lanza, mi trovo in quella festa colorata
(a me cara) dell’Esquilino. Sotto i portici, lì dove, da lontano, sembra occhieggiare il bianco
della Basilica di San Giovanni, compero le cartucce e ora, via, attraversiamo
il giardino che è cuore della Piazza Vittorio. Faccio due passi due e sulla destra,
appena entrata nel cancello e, proprio sotto un platano dal tronco cinerino,
vedo due uomini perduti in una geometria di movimenti, guidata, come in un
rituale, da una lunga lama d’oro. Mi fermo, in ammirazione. Il maestro, cinese,
di una sessantina d’anni, piccolo così e senza capelli, è fermo adesso e un
ragazzo, credo italiano, moro di barba e sulla trentina, ripete da solo i
movimenti che quell’altro, con grazia, ripeteva prima. Mi fermo e li guardo,
perduta in non so più che sogno tutto mio di armonia che è anche, credo, quello del
maestro cinese. I due, adesso, han preso a fare insieme i saltelli, le flessioni
di gambe, a braccia tese e poi piegate, in un vorticare di lama; di profilo sono di qua e poi di là. Nell’aria, per
incanto, par disegnarsi, d'ombra e luce, il ricamo tenero e feroce insieme dell’assoluto. Ecco, è finito. Atterrano in morbidezza su
una gamba e poi sull’altra. Subito il ragazzo, si mette a piedi pari e in
fretta e furia si inchina e via. Non così il mio maestro che, fermo, ristà, a
schiena diritta, gli occhi chiusi, quel tanto che mi pare in rima con l’infinito
e poi, nel tempo che è il suo tempo, la schiena si piega nel saluto. Batto le
mani e lui, il mio maestro, si gira nel lume di un sorriso. Il dono più bello
di questo sabato mattina…
venerdì 23 novembre 2012
Gatte fatate all'Esquilino
Mi sono svegliata dal
torpore di un certo mio segreto languore di pensiero (che tengo mio,
abbracciato stretto come si faceva, tutti quanti, con l’orso di pezza, da piccini) in questa
dopostoria novembrina, baciata dal sole di burro fuso che sembra leccar,
sciolto nel manto suo, la via del Boschetto, dove mi reco, un giorno sì e anche
il successivo, a comperare alla Conad, piccola, piccola, foderata dal pavimento
al soffitto di prodotti, il pane e il companatico. Mi sono svegliata, dicevo,
perché la vita chiama e urla e non lascia soli mai e neanche in pace. Eccomi,
nelle ampie strade dell’Esquilino, dove non mi sembra di star nella mia Roma
dei Cesari, tutto piemontese com’è il quartiere, con i suoi viali di palazzi
imbronciati, alti fino al cielo, con quella sua bella piazza Vittorio, a
circondare un gran giardino, che mi sembra, però, ben più adatta, sotto ai suoi
portici scuri, a farsi baciare dal cielo brumoso di Torino che al sole della Capitale.
Un tempo, almeno, un gran mercato dava colore e romanità e anche un poco d’anima
alla pizza oramai muta, perduta nel via vai delle automobili…
Vabbè, il sole splende
e bisogna accontentarsi. Attraverso la piazza, sbrigate le faccende quotidiane,
per arrivar dritta al giardino, dove soggiorna una variata umanità, mescolata
dalla babele della modernità. Cammino, naso a terra, per non incontrar gli
occhi dei tanti, di tutti i colori, che mi camminano intorno. Ci sono giovani e
vecchi, ma tutti han la stessa aria ciondola, di chi non ha un bel nulla da
fare e sfoga quel niente in un ricco parlare al cellulare. Mi siedo ad
osservare un gruppo di ragazzi cino-italiani, in danza moderna, al segno di un
capopopolo che porta, al colmo del capo, un curioso berrettino, nero, piatto,
come fosse il tappo di un barattolo. Danzano e, oh perbacco, non sono niente
male, mi dico e certe ragazze, che belle, che ritmo, che sensualità! Lo sguardo
mio ondeggia tra loro e la fontana di Rutelli (non di Rutelli figlio,
beninteso, ma di suo padre che era scultore e anche di talento…), quando, d’un
tratto, una vocina mi richiama all’oggi: “A signorì, er bijetto…” La vecchina,
tanto curva e bianca che pare fatta di zucchero a velo, mi guarda e accenna col
mento alla sarabanda più in là. Sorrido, tiro fuori il mio bell’euro e lo porgo
a lei, prima che si trasformi in gatto e voli via…
lunedì 19 novembre 2012
Un pianista in Campidoglio
Ci sono nella memoria
di ciascuno e di tutti, volti corrucciati o sorridenti, antichi volti che sono
lì, pare, per sempre, visi che ci si porta dietro, nello zaino e che sono
mattoni dell’esistenza, seminati lungo la via. Per anni, se ne stanno lì dove
sono adesso a far la vita loro e, un giorno, all’improvviso tornano vivi, più
vivi anche di allora, magari in virtù di due pagine di giornale. A me è accaduta, la
resurrezione, qualche giorno fa, leggendo su un quotidiano
romano che c’è chi, un gruppo di potenti nientemeno, vorrebbe in Campidoglio
Alfio Marchini. Alfio, mi dico, oddio, sì proprio lui, Alfio. E chiudo gli
occhi e siamo di nuovo ragazzi, una trentina di anni fa, in una quiete romana
di scuole private, che ci porta dal Massimo, all’Eur, al Mater Dei, in piazza
di Spagna fin su al Sacro Cuore, tra le torri di Villa Medici, dove lui – Alfio
– aveva messo al caldo il cuore suo, nella personcina, davvero deliziosa, della mia migliore amica di allora. Fu Alfio,
nella mia vita, per anni e anni e anni, un ritornello di lei, che mi era cara
in quei giorni lunghi di amori e interrogazioni, e ora non più. Alfio: su, giù
e a destra e a manca; Alfio scritto con una “A” a ricciolo sulle pagine del
Giacalone… Bello, lo era, per davvero, e lo è e alto e moro che sembra uscito
da una rivista americana di figurini alla moda, ed era anche simpatico e, crepi
l’avarizia, persino intelligente. E forse lo è ancora oggi, non so, chiamato com'è a
nuove imprese e niente affatto amorose. Ma, mentre leggo quelle righe su di
lui, e lo rivedo in casa sua, con il suo cane nero (di allora) mi chiedo, e
solo questo mi chiedo, se, dopo aver percorso i suoi sentieri che punto
conosco, suona ancora il pianoforte bene, come allora, quando doveva far l’esame
di non so più che anno di conservatorio…
domenica 18 novembre 2012
Buon Natale, signorina
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| Perdonate il fumé che non era voluto, ecco una bennirose |
Avevo, mi pare, una
ventina d’anni, e iscritta al primo anno di Lettere alla Sapienza, quando,
insieme a un’amica, fui assunta – ma solo per un mese - in un bel negozio di
arredamento chiamato Spazio Sette, che respirava, allora, in due ampi piani di bianco
splendore e di gusto nordico in un palazzo che si nascondeva dietro alla Piazza
Argentina. Di colpo, mi perdo nel labirinto della memoria e non so se il
negozio era lì, in quei tempi oramai remoti o se, invece, mi sovvengono altre
visite mie successive nel corso degli anni a venire, nel viso luminoso di Patrizia, allo stesso negozio dopo
fatto un certo trasloco… Non so e forse non importa perché in quel mese, chiusa
in quadrato fatto apposta per noi, io e le altre (ma c’era anche un ragazzo)
dovevamo confezionare solo pacchetti di Natale. Un mese intero, da mane a sera, di pacchetti, grandi e
piccoli e medi, che alla fine in casa Ponti quando c’era un pacchetto da fare - Ester! - ero io,
esperta ed usa, a esser chiamata…
Il nastro
adesivo, giammai. Ginnasti e prestigiatori, con carta e nastro compivamo le nostre
sfide, aiutati, a volte, dal mento, mentre lo scotch, snobbato, se ne
rimaneva in un canto immalinconito. Io, che a far pacchetti avevo e ho un certo gusto,
ero incoronata regina, ma a volte, un commesso, piccolo, di baffi e senza barba, mi
chiamava a servire i clienti. Su e giù per le ampie scale, nel mio biondo sorriso. Un pomeriggio, col
cielo già nero d’invernale velluto, sono lì, sui gradini, tra un piano e l'altro, quando vedo entrare –
oddio, che sgomento! – un certo professore di Storia moderna all’Università che
per due volte mi aveva rimandato a casa, all'esame, dicendomi che, per carità, non voleva mica sciuparmi il
libretto con un ventisei. Troppa grazia, direte. Ma sapete quanto mi diede alla
terza volta, quando la rivoluzione industriale inglese era entrata anche nei miei sogni di notte?
Avete indovinato: ventisei. Ricordo la corsa, con fiato appallottolato nella
strozza, giù in volo sugli scalini. Mi nascosi nel quadrato magico e, da dietro una compagna, osservai i
movimenti di lui. Un gatto e un topo,
lui e io. Quando fu il momento di fare il suo pacchetto, sparii in bagno
e così sia. Ma non fu un così sia. Uscii e lui, che era già andato via, come mi avevano spifferato Martina o forse Isabella, zacchete, infilò di nuovo la porta e a
passi svelti raggiunse la mia postazione e guardandomi dritta in viso, mi
disse: “Buon Natale signorina”…
venerdì 16 novembre 2012
Il sole di novembre
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| Canali dell'anima |
Nel segreto scrigno che
è la mia anima, dove si concentra, riposta, timida, silente, la mia dorata
consapevolezza che io, prudente, tengo cucita in quello splendore tutto mio
(come mi ha insegnato - oh che nume fu per me, ignara! - un certo amico che era
un tempo una celebrità…), il mondo, con le sue leggi, con i lacci della realtà
che tutto divora, colorato di teatro, è bandito; se ne resta lì fuori nel vocio
del viavai quotidiano, in un tumulto che mi par di guardar con gli occhi tondi
di Lucrezio, sciacquati alla fonte della filosofia; Lucrezio, sì, che amavo e
amo: suave mari magnum… Lì, in quel mistero profondo, il mio spirito, fatto
leggero, trova acqua di sorgente, viva e, lavato come i panni in Arno del
Manzoni, ritrova, bianco, il cammino del viandante. In punta di piedi percorro
questa via che è fatta, come per tutti, di incontri e di scontri e di gioie e
di dolori. Io, il passato, di solito lo rivivevo, per comodità di micio pigro,
scrivendo i casi miei in queste pagine disordinate di blog, che a volte sono
noiose, a volte fanno ridere e altre un poco sospirare. Lo rivivevo qui per non
riviverlo nel mondo che, come ho scritto, è fatto di soprassalti e di cure,
nell’eterno gioco delle parti che si consuma, alieno allo spirito mio, nel dì per dì
della conta quotidiana. Ma a volte il passato si fa occhi e mani e voce e non è più letteratura. E in quella prova, di fronte a
ciò che è stato, mi sento parlare come in una eco, le parole non si fanno fiato e tutto mi par galleggiare in una geografia a me ignota. Altro non so dire se non che, una volta salutato il mio passato, vivo, mi sono seduta, nel mio presente d'oro, sotto la colonna Traiana, incendiata dall’astro
novembrino, e io con lei...
giovedì 15 novembre 2012
Capelli bianchi
Quando, or sono due manciate
buone d’anni, cominciai a far la giornalista io, i colleghi con i capelli
bianchi (non tutti, beninteso) eran, ora lo so, tutti diversi da quelli che i
capelli bianchi ce li hanno ora. I primi, cucinati nel pensiero magari nato per
strada, impanati nella filosofia del quotidiano, erano un tutt’uno con l’umanità
profonda e guardavano alle miserie del mondo con gli occhiali di cioccolata
dell’ironia che salva dai furori scalmanati del sentir comune. Essi, nella
radice del tempo, sapevano -meglio non
so dirlo e spero di esser chiara - calibrar la critica con la mondana consuetudine
con l’animo umano che è sempre quello, ahimè, nei secoli. Questi di oggi, invece, o fan da grilli parlanti con una supponenza smorfiosa
che a me fa venir voglia di cambiar canale oppure, anche, gridano le invettive
loro e i furori, senza contegno e uso di buona creanza. Lo stesso si può dire
dei politici di allora, che potevan avere pure i vizi di sempre, a volte, come capita anche oggi, con i denari
incollati alle dita, ma eran gente che sapeva leggere, parlare, veicolare
concetti in mille percome. Ricordo: sono seduta in platea nel Residence Ripetta
e, al tavolo dei relatori, c’è un ex ministro degli Esteri, leggendario per
certi vezzi mondani che non piacevano punto ai moralisti. Parlava di equilibri
internazionali e io, a bocca aperta, come non sono stata mai. Prendevo appunti…
Il mondo cambiava e con lui
i politici. E non è questione di Prima o Seconda o, ancora, Terza Repubblica. Questo
aneddoto l’ho avuto per inteso da un collega di pasta antica, uno che se gli
chiedevi: “Come stai?”, rispondeva dandovi del voi, come il principe di
Maddaloni: “Come, non lo vedete? Sto
morendo…”. Eccoci, dunque, in Parlamento, dove un ex ministro della Giustizia,
giovanissimo allora, uno con i capelli bianchi già moderni, parla ai colleghi
in Parlamento e per condir di fresco latinorum il suo intervento conclude: “Simul
stabunt, simul cadunt”. Dall’aula si leva una voce piccola di un antico
parlamentare, uno di quelli dai capelli bianchi del primo tipo; la vocina pare
un sospiro e parla con la matita rossa e blu: “Cadent, Martelli, cadent…”
Una scimmietta al Colosseo
Mio suocero, cresciuto a pane, simpatia e nordest (tra Bergamo e Padova) si ritrovò a vivere, bambino, a Roma, dalle parti di Via in Selci, e andava alle elementari alla Vittorino da Feltre che svetta, piemontese, austera a mo’ di corazziere sul terrapieno di bianco marmo che par guadare dall'alto in basso via degli Annibaldi e sfidare il cielo e il Colosseo. Viveva a Roma, dicevo, insieme alla famiglia, quasi tutta al femminile…
Di quei giorni romani mio
suocero, l’Aldo, conservava un affetto nebbioso, che si perdeva nel mito della
lontananza che fa della storia leggenda. Era, la Roma sua, come uscita
dalla grotta di Aladino, apparecchiata nel mistero dell'apriti sesamo. Per esempio, in
casa sua, dovunque fosse ché non l’ho mai capito fino in fondo, oltre alle tante sorelle, saltellava, mi diceva, per le ampie stanze e i corridoi una scimmietta che, un brutto giorno, morì e fu sepolta in qualche giardino romano da loro in corteo solenne. Io, quella scimmietta, di cui lui parlava tornando bambino, la vedevo, giuro, viva e vera e
vestita di rosa, non so dir perché, in cima a un armadio come su una torre. Ma vera, non so.
La ritrovai, la scimmietta dell'Aldo, qualche tempo fa, quando andai a visitare il Museo casa di Mario Praz e la guida, una signora di una certa eleganza siciliana, indicando fuori da una finestra, aperta su un canto dove Praz, ci disse, era solito consumare i pasti, disse: "Quella è la Torre della Scimmia" e ci raccontò un certo episodio che legava di nuovo Roma a una scimmietta. Fu allora che anche quella dell'Aldo tornò viva, d'argento, nel ricordo, e da lassù, secondo me, lassù dove siam tutti uguali e verità e leggenda si tengono per mano, l'Aldo sorrideva...
La ritrovai, la scimmietta dell'Aldo, qualche tempo fa, quando andai a visitare il Museo casa di Mario Praz e la guida, una signora di una certa eleganza siciliana, indicando fuori da una finestra, aperta su un canto dove Praz, ci disse, era solito consumare i pasti, disse: "Quella è la Torre della Scimmia" e ci raccontò un certo episodio che legava di nuovo Roma a una scimmietta. Fu allora che anche quella dell'Aldo tornò viva, d'argento, nel ricordo, e da lassù, secondo me, lassù dove siam tutti uguali e verità e leggenda si tengono per mano, l'Aldo sorrideva...
martedì 13 novembre 2012
Jeanne cerca casa
Un bel sabato
pomeriggio di una decina d’anni orsono, me ne andavo, come ero usa fare da
altrettanti anni, nella mia redazione al Gazzettino, seduta al terzo piano del
gran palazzo Marignoli che fa quadrato, su un lato, alla piazza San Silvestro.
Prima di imboccare le scale di panna e marmo, osservo un gran via vai nel
portone della basilica di San Silvestro in Capite. Gente che va, gente che
viene, in un affannarsi di buste e sacchetti. Attirata dal movimento come da
una Morgana, mi affaccio nel buio chiostro che fa da anticamera alla Chiesa. Oh
che bel mercatino! Tutto inglese che pare parlino l’english anche i vestiti
appesi sugli attaccapanni. Mi perdo tra baracchini e cianfrusaglie, poi su al
primo piano per dare un’occhiata ai libri vecchi che sono, da sempre, le mie
chimere. Scorro i titoli, finisco per inginocchiarmi e a ritirarmi su, dolente.
Nulla. Scendo di nuovo tra i panni vecchi in quell’odore che mi fa ricordar gli
anni verdi delle camicie americane del mercato di Latina…
D’un tratto, un libriccino
scolorito, color verde stento par chiamarmi tra i colleghi. Lo tiro su e il
titolo è già un programma: “Never will she be unfaithful” e mi perdo nei racconti al miele e al fiele, scritti con una penna elegante, di ape sapiente, che mi fa pensare, a tratti, a Katherine Mansfield e, a tratti, a Kate Chopin (due amiche, grandi). Basta. Lo prendo, un euro e
via di corsa a lavorare. E ora, calzati gli stivali delle sette leghe (prestati
dal gatto del marchese di Carabas…), fate conto, come è accaduto, che quel
libro “Lei non sarà mai infedele”, di Jeanne De Casalis, lo abbia io, proprio
io, Ester, presentato a una casa editrice e poi tradotto, con amore grande perché così si
fa con le sorelle. E Jeanne, che di mestiere era attrice sofisticata degli anni Trenta, lo è e lo era.
Le vendite, però: maluccio. Forse quattrocento copie, non so. E via, un mazzo di dieci anni. Proprio
ieri, mi chiama l’editore per dirmi che i magazzini suoi scoppiano e che la De
Casalis sarà fatta carta da macero. No, no, non può essere. Io, allora, armata di bonifico, ne ho salvate trenta copie che ora, un poco per volta, darò alla mia amica
Michelle, una libraia di cuore e sale e pepe, che sta di casa in Via degli
Zingari, al Rione Monti, nella piccola, concentrata tana su due piani chiamata come un richiamo “Librinecessari” http://www.librinecessari.it , dove io vado spesso a rinfrescar la mente e lo spirito. Ecco qui. Se per caso, vi venisse la voglia di fare un’adozione, di bearvi nella bella scrittura e in trame che parlano di vita vera arrangiata in parole prese al millimetro, bè,
adottate - per dieci euro appena - la De Casalis che vi regalerà qualche ora di
ironica qualità. Jeanne vi aspetta!!
lunedì 12 novembre 2012
Sister Cioccolata
Al Mater Dei, c’erano -
ai due capi di una corda che immaginavo soltanto io - sister Alexio e sister
Immacolata. La prima, irlandese, con una virgola rossa di capelli a far bella
la fronte, in fuga dal velo nero, era svelta, un tipetto di trottola, con un
piglio alla maschietta e una risata che pareva di ruscello alla spuma.
Insegnava inglese alle elementari; a me no, ché l’inglese per me era lingua
madre, ricamata dal sorriso australiano di Jane, e non so bene perché, ma sister Alexio, mi teneva
al caldo, in tasca e nel cuore. La ritrovai, tale e quale, ma senza abito in
Maria che è regina nel film “The sound of music”. A fine giugno, il film (in
alternativa c’era “Fratello sole, sorella luna”) veniva proiettato per noialtre
alunne del Mater Dei nella sala cinema dell’Istituto San Giuseppe de' Merode,
una scuola, tutta maschile, che apriva la bocca, quasi in faccia al portone
nostro, ma più giù, verso Piazza di Spagna.
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| Sono nate le bennirose! |
domenica 11 novembre 2012
Lorenzo de' Medici a Roma
Scrivevo di politica, io? di politica? Sì, io, sciolta nella letteratura, scrivevo di politica. Ogni santissimo pomeriggio, per sei giorni in fila a tenersi per la mano. Compreso il sabato. E che politica: miei erano il Consiglio superiore della magistratura che solo allora, nata ieri, scoprii esser di casa in Palazzo dei Marescialli. Sicché, una volta, scritto per intero il Consiglio superiore della magistratura potevo scegliere allegramente, per non ripetermi, tra vari sinonimi, ovvero l'acronimo Csm, per corto, altrimenti visto si stampi per Palazzo dei Marescialli, oppure anche, per lungo, l'organo di autogoverno dei giudici. Scoprii, nata ieri, che a presieder il "sodalizio dei giudici" (alternativa, questa, da usare col contagocce, solo in caso di emergenza, beninteso) era (ed è) il nostro Presidente della Repubblica che potevo chiamare anche Capo dello Stato o, per amor di fantasia, persino inquilino del Quirinale, che non è niente male, visto che prima del 1870, sul Colle (come si può scrivere in alternativa) ci abitava il Papa Re. E c'era, sui miei libri, il ministro della Giustizia che si può chiamar Guardasigilli (oh quanto suona bene!) e il suo ministero anche semplicemente Via Arenula... Oh beati giorni delle sessanta righe che per alcuni non sembran finir mai... Scrivevo, al sapor dolce dell'abitudine, col mio mestiere consumato nelle ore e temperato da Rizzon, in capo la notizia, poi i commenti di qua e di là, cambiando nel tempo i nomi dei partiti, ma non punto le idee e i dettagli in coda e la sera era già scesa a coprir di velluto nero il cielo che colorava tutt'intorno il campanile mio di San Silvestro in Capite, nel volo dei gabbiani che spento il lume del sole, diventavano di un colore argenteo e pallidi spettri in volo radente. Scendevo in corsa le scale di marmo arrotolate sulla spina dorsale del gran palazzo Marignoli, che era di una famiglia antica e ora, segno dei tempi, è di una assicurazione...
Scrivevo di politica, tutti i santi giorni e ora non più. A stento accendo il telegiornale perché a guardare certe facce d'oggi mi sento come nell'abbraccio del mar glaciale artico. Ne faccio a meno, tanto non devo più seguire tutte le agenzie, chiamare questo o quell'onorevole, tenermi informata su Cdm, commissioni, aula, sciropparmi tre tiggì di fila per non perdermi un veleno o due righi di battuta o che so io. So a stento i nomi che fan notizia. Ma uno mi è arrivato dritto dritto, per puro caso, addosso l'altro ieri, mentre dividevo un taxi con un certo signore fiorentino che, guarda caso, andava proprio dove dovevo andare io e perché non far somma delle spese. Saliamo. Prende a parlarmi fitto fitto del sindaco suo che proprio non gli garba. Io, zitta ché a malapena del Renzi mi ricordo le camicie bianche, di neve e candeggina. Il mio fiorentino, con quella parlata lì che proverò a tradurre in nero, sbottò: "Oh che 'un lo conosce, ovvia, l'è 'un bischero sempre in televisione, l'è il più gran pallone 'onfiato, proprio 'onfiato ohvia 'un è miha Lorenzo". E chi è sto Lorenzo, mi domando e cerco di far tre per due con i nomi di oggi che mi suonano all'orecchio. Nulla. Buio. Per fortuna siamo alla meta. E lui, scendendo con un sorriso, mi fa: "'Un ci pensi a Lorenzo l'è bell'e crepato da cinquecent'anni...".
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| Il Tritone con la sua acqua di ghiaccio. Le foto sono di Carla |
venerdì 9 novembre 2012
Pedro Cano ai Mercati di Traiano
Ora mi pare ieri, sono a Praga con Betta; il muro di Berlino è caduto appena e noi si va su e giù lungo il Ponte Carlo, dove ci sono ragazzi a schitarrare canzonette americane che fan a pugni con il contorno, mentre la Moldava di caffelatte, incurante dei su e giù politici, sonnecchiando scorre, pettinata nella sua perpetua serenità. Siamo in certi grandi magazzini di gusto sovietico, di cui non ricordo il nome, e dove comperai i quaderni, comunisti nella semplicità quasi francescana, che allora usavano nelle scuole praghesi. Li conservo ancora, senza mai averci scritto un rigo su. Non osavo! Lungo la colorata via alchemica dell'oro ci parve di veder correre il Golem e nel cimitero ebraico tutto il respiro del mistero che non mi lascia mai. Lei, al Castello che è ancora quello di Franz Kafka. Io, in giro per le tante, piccole gallerie dove si vendevano acqueforti di artisti praghesi: Jiri Anderle e la Haskovà (ma non so se scrivo bene questi nomi...). Nella parete che mi guarda proprio ora in faccia mi chiama un'opera della Haskovà, con su le due età della donna. Di qui, la luna nera nella gioventù di ninfa, in un fluttuar di veli; di là una parca antica con la luna piena in testa, calante nell'autunno dei petali in volo...
Ne portai a casa molte; di incisioni, alcune sono ora in campagna, altre qui e ancora mi parlano di allora quando, di bel bello, andavo a caccia di bellezza e d'armonia per tornare, felice, con una fetta di paradiso, in forma di quadretto, e tutta mia, nella saccoccia. Tornata a casa, non persi l'abitudine. Comperai in una stamperia del Celio certi begli acquerelli di un pittore spagnolo, Pedro Cano. Li comperai con i miei primi soldi del giornale perché i suoi fiori e la conchiglia si eran messi a tu per tu con la mia anima. Li comperai senza indugio, sicura di me per una volta sola. E ora, eccomi, ieri l'altro, in piazza Magnanapoli, a Roma, davanti all'entrata dei Mercati di Traiano. Oddio, ma è proprio una mostra di Pedro Cano! Entro e mi perdo nei luoghi suoi mediterranei che sono un po' anche i miei. Istambul e la Sicilia. Ci sono tutti i numeri della smorfia in una corsa d'arte versicolori e e ci sono le terme di Diocleziano che sono a un passo da casa mia. Ma soprattutto, belle che più belle non si può, ci sono le corone di limoni, di ulivo, d'uva e pampini e di rose che vengono intrecciate a Patmos, l'isola dell'Apocalisse, il primo di maggio; Patmos, l'isola dove sbarcai, or sono molti anni, da una nave della Costa Crociere. Salii sul sacro monte con la comitiva, non vidi le corone fiorite del maggio, ma Patmos la tengo cara al cuore, come qualcosa che si è perduto ma che si ama ancora...
Ne portai a casa molte; di incisioni, alcune sono ora in campagna, altre qui e ancora mi parlano di allora quando, di bel bello, andavo a caccia di bellezza e d'armonia per tornare, felice, con una fetta di paradiso, in forma di quadretto, e tutta mia, nella saccoccia. Tornata a casa, non persi l'abitudine. Comperai in una stamperia del Celio certi begli acquerelli di un pittore spagnolo, Pedro Cano. Li comperai con i miei primi soldi del giornale perché i suoi fiori e la conchiglia si eran messi a tu per tu con la mia anima. Li comperai senza indugio, sicura di me per una volta sola. E ora, eccomi, ieri l'altro, in piazza Magnanapoli, a Roma, davanti all'entrata dei Mercati di Traiano. Oddio, ma è proprio una mostra di Pedro Cano! Entro e mi perdo nei luoghi suoi mediterranei che sono un po' anche i miei. Istambul e la Sicilia. Ci sono tutti i numeri della smorfia in una corsa d'arte versicolori e e ci sono le terme di Diocleziano che sono a un passo da casa mia. Ma soprattutto, belle che più belle non si può, ci sono le corone di limoni, di ulivo, d'uva e pampini e di rose che vengono intrecciate a Patmos, l'isola dell'Apocalisse, il primo di maggio; Patmos, l'isola dove sbarcai, or sono molti anni, da una nave della Costa Crociere. Salii sul sacro monte con la comitiva, non vidi le corone fiorite del maggio, ma Patmos la tengo cara al cuore, come qualcosa che si è perduto ma che si ama ancora...
giovedì 8 novembre 2012
Un pappagallo a Palazzo Koch
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| Il mio primo scambio riuscito (quel che ho dato io in cambio di stoffe per le mie bennibags) su zerorelativo! |
Non so come la pensate voi, ma a me questo solicello di novembre, bello come oro
fuso nell'aria che profuma di loti di vaniglia, scalda l'anima e mi invita a stare all'aria aperta. E così passeggiando,
passeggiando mi ritrovo in giro per la
mia bella Roma capoccia, a volte, senza meta, solo così per camminar con gli angeli. Ieri, me ne sono
andata dalle parti dei giardini di San'Andrea, a salutar la statua equestre di Carlo Alberto, nel verde che era di Leonardo bambino, a un tiro di sasso dal Quirinale, e poi dabbasso, tra i negozi di Via
Nazionale. Davanti a Palazzo Koch, spaventoso, disumano quasi nella sua
armatura bianca di drago antico, c'era un gran viavai di banchieri e bancari,
stirati nelle alte uniformi grige degli affari loro, in uno scambiarsi di mani e
sorrisi. Passo la cancellata nera, difesa dai carabinieri, e, invece di guardar
quegli alti papaveri nella mattina d'oro, vengo attirata da rauche strida,
provenienti da mano dritta. Oh bella e che cos'è? Mi giro, torno sui miei passi, infilo gli occhi,
tutti e due, dentro al mistero di una palma che, alta, melanconica, sembra far
la guardia a Via Mazzarino e, zigzagando con lo sguardo tra le ombre, in uno scodinzolar di occhiate, vedo un
buffo pappagallo verde, in piume e becco giallo, elegante nella sua livrea come
un marchese di Borgogna alla Corte di Versailles. E' tutto preso a becchettar la
pianta, eccitato dal pasto regale, in quel suo privato paradiso brasiliano perduto nel bel mezzo
del traffico convulso di Via Nazionale. E, guardate un poco, il suo nido, di semplici foglie
e di paglia, dove lui solo regnava in seno alla grande madre terra, mi è sembrato molto, ma molto più bello del gran palazzo austero, sterile, freddo della Banca d'Italia e lui, il pappagallo verde e non i presidenti, il protagonista assoluto e solitario nel cinematografo
della mia mattina...
mercoledì 7 novembre 2012
Lezioni al Gazzettino
Prima di passare diciotto
anni - uno dopo l’altro, come in una rivista di soldatini - nella redazione romana del Gazzettino di Venezia, che fu
per me, ora lo so, una feroce gabbia
d’oro, scrissi pezzi belli e brutti per altri quotidiani che non ci sono più; finiti, come finiti
sono i tempi in cui si celebrava il rito del proto, delle redazioni al fumo di
Londra e dell’impaginazione. Senza nostalgia, brindiamo ai tempi nuovi, dove
tutti, evviva, sono giornalisti
da casa loro, con buonapace dell’Ordine dei giornalisti il cui
presidente, con il quale ho lavorato in vicinanza per anni, si chiama Enzo ed è
un amico di quei tempi andati là…
Brindiamo, dunque, e nel
brindare, come in una visione, mi par di rivedere vivo e curvo e bianco e con
le dita adunche color zafferano di tabacco, Gianpiero Rizzon, il mio
caporedattore, veneziano di Dorsoduro, che è per me la stella, l'unica, nel firmamento di allora. A lui devo tutto, se ce n’è un pochino, il mio mestiere. Gianpiero me lo regalò,
con la generosità dei sovrani antichi, vivanda dolce e amara insieme. La prima, secondo lui, l’unica regola: scrivere di tutto, come appena usciti
dall’ovo di Blake… La lezione numero uno fu amara e basta. In un bel mattino,
baciato dagli angeli, eccomi a Palazzo Chigi a seguire la conferenza stampa di
Claudio Martelli, allora Guardasigilli, sul
pacchetto antiracket, un latinorum di provvedimenti in cui finii per ritrovarmi come al mare... Tornai, fresca di notizie, compresi i punti e virgola, tutta presa dalla materia cucinata
al tegamino. Al momento di dividere i compiti, Rizzon diede il mio pezzo a
qualcun altro. Il bagno delle donne raccolse la mia disperazione. E lui,
bussando, cortese, alla porta: “Ester, lo so che Martelli è più carino, ma c’è Cossiga
che la aspetta…”
martedì 6 novembre 2012
Marigold del cuore
La madre di Vittorio (che quand’ero ancora al Mater Dei e di sedici
anni o giù di lì accese e poi spense il mio cuore) scriveva libri per bambini. Per
me, già allora perduta nel sogno di mettere nero su bianco quel che mi dicevano anima e cervello, entrar nello studio di lei fu una chimera. La casa, una
palazzina anni Cinquanta, arrampicata su Corso Francia, si perdeva, all’interno,
in lunghi corridoi, le stanze di qua e di là, mentre dal terrazzino che gli
correva tutt’intorno, si poteva quasi dar la mano ai vicini di casa. Niente
panorama, ma altra umanità.
Lo studio, un paradiso – per
me - di libri, in una libreria che abbracciava tutti e quattro i muri e saliva
su, su fino a toccare il soffitto. Ricordo,
col fiato mozzo, la prima volta che vi entrai e lei, china, gli occhiali sul
foglio, scriveva. Di quel giorno conservo ancora un gruppo di angioletti
cantanti che lei scarabocchiò mentre parlavamo di Lycy Maud Montgomery che,
nella personcina di Marigold, aveva dato il la all’arte, se così si può
chiamare, mia. Mi parlava delle sue amiche che eran numi olimpici, all’orecchio
mio: Donatella Ziliotto (alla quale dobbiamo Pippi Calzelunghe…) e Bianca
Pitzorno (non so se avete letto, e se non lo avete fatto, magari, se vi va,
fatelo adesso, “Ascolta il mio cuore” e “Storia delle mie storie”).
Non so se la Teresa continua
a scrivere libri e non so se, oggi, li leggerei come li lessi d’un fiato
allora, ma so che a lei, pur distratta da suo figlio, che teneva in grembo
anche da ragazzo, debbo un’ora di felicità al gusto di fragola e panna, perduta
con lei, io e lei soltanto, sull’Isola del Principe Edoardo dove la Montgomery
nacque, visse e scrisse lungo il sentiero alpino…
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| La mia copia, vecchia d'anni, giovane di cuore |
domenica 4 novembre 2012
Sorella moda
Passa una bella signora
bionda, con il suo cagnolino in cappottino, passan due ragazze modaiole, sghembe nel vestitino sgargiante e disegual, passa un ragazzo con un cipollino di
capelli in capo che pare un funghetto cresciuto con la pioggia. Passano loro e
tanti altri, lungo il cinematografo della mia via del Boschetto. Io, alla
finestra, osservo questo fiume di umanità, immersa in vite sconosciute con in
testa un mondo che ignoro. Li guardo, dall’alto del riquadro della mia finestra
e mi viene una smania di esser laggiù con loro; a rimaner lassù, in un canto a
casa mia, mi pare (stupidamente) di perdere qualcosa, che so l’abbraccio della
massa che aiuta ad andare avanti, il senso stesso dello stare in terra, gomito
a gomito col prossimo. Sicché, gambe in spalla, e via; me ne vado al Mercatino
che è a un tiro di sasso dalla basilica di Santa Croce in Gerusalemme dove, non so se
lo sapete, c’è un orto bello e buono che piacerebbe anche a Gesù.
Mi porto dietro qualche
straccio firmato che sottoporrò alle mani magiche di un certo commesso del
negozio dell’usato che distingue il grano dalla zizzania. Dovreste vederlo, il
mio prestigiatore di moda e modi, nelle dita sale e pepe: piega, spiega,
ripiega, osserva, annusa, stuzzica la roba e poi di qua sì e di là no.
Senz’appello. Con un gusto di oggi che non potrebbe esser più diverso dal mio sciacquato nello stile Schostal. Sono andata sul sicuro: ho portato un trench di Gap, una
maglietta Diesel e un maglione che neppure so di che marca fosse, ma andavan
tutti quanti benone. E me ne vado, nel vento, a incontrar un’amica all’Ibs di
Via Nazionale dove si può bere un caffè, standosene nel nido, al piano
superiore, appollaiato sul via vai, dabbasso, di lettori e compratori.
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| Io, nel mio celeste pallido |
E mentre
scivolo giù dall’Esquilino, con un occhio all’orologio, bella, bellissima più
di una mannequin appare d’un tratto, contro la gran mole di Santa Maria
Maggiore, come un miraggio antico, una giovane suora, leggera nel suo abito di
crema, svolazzante nel mantello nero, danzante nelle scarpine che paiono sorridere al mondo. Nel soggolo e nel velo, è incantevole
come una madonna del Bellini. E giuro, tutti quanti, ragazze e ragazzi e uomini
fatti e donne truccate di una certà età, infilate in jeans di strass, e neri e bianchi e di tutti i colori
non c’era uno, neanche a cercarlo col lumino delle vergini savie, che non
avesse gli occhi cuciti a lei, a sorella moda, ad ammirar l’eleganza pura, immacolata, netta , direi, nella sua superba semplicità...
sabato 3 novembre 2012
Il ballo di Sherazade
In un caldo crepuscolo di
prima estate, mille anni orsono, con, lassù, un firmamento che andava
accendendosi di stelle, sto andando, insieme ad amici che mi sono cari anche
oggi, al ballo dei diciotto anni di una signorina dal nome di gemma preziosa e
dal cognome assai noto che, però, preferisco tenere per me. Io, i capelli
lunghi sulle spalle, un vestito nero, scollato, che mi tocca la punta dei piedi
calzati nelle scarpette d’oro di Raperonzolo; i ragazzi, i miei cavalieri, in
smoking sembran persino più alti e sono belli come erano belli, o almeno così
mi pareva, quei tempi agli albori della modernità.
Percorriamo, nel nero che ci
avvolge, la Via Aurelia, tra campi e mare, per raggiungere il Castello
Odescalchi di Bracciano, dove si tiene la festa. All’arrivo, i paesani,
curiosi, sono tutti in strada, fanno ala agli ospiti fino in bocca al portone,
e ci guardano camminare come fossimo verdi marziani. Volevo dir loro, strillare
pure, guardate che sono come voi, anche io sono umana! Invece, stirata in un
certo stile che ora sì mi fa sentire un’aliena, tirai diritto, portata dagli altri, che per
nulla, invece, si sentivano umani...
Della festa di Sherazade, ricordo i ceri a migliaia
che restituivano, generosi, di fuoco, il contorno da fiaba. Ricordo che, a non
so più che ora, arrivarono i cornetti ben caldi; e ricordo la torta, grande
come il mondo, perché la festeggiata, perduta in un vestito bianco che non finiva mai,
mi volle, non so neanche dire il perché, a lei vicina. Le sono dietro le
spalle, chinate nel soffio, le mani mie a preghiera, ferme in un congelato
applaudire. Nel momento solenne, quando persino le stelle remote sembravan prese a guardar la bellezza quaggiù, udii chiaramente un invitato bisbigliare
in veneto stretto: “No se vede, però la ga un bel cueo la putea!”
venerdì 2 novembre 2012
Il filo d'oro d'Arianna
Nel balzo del giorno, quando
viva è ancora la speranza di un buon mattino, in cui specchiare l’anima ancora
calda dei sogni della notte, faccio i miei bei calcoli per dividere le ore che
sono alcune delle mani, altre della testa, e tutte mie quelle del pensiero. Per
le prime mi necessitano secchi e stracci
e pentole e padelle e di sottofondo, per il cuore, che so io, Monteverdi nel
magnificat o il mio (e di Bach)
amatissimo Buxtehude; per le seconde mi servon le mie carte e la mia penna
parker vestita di verde marino: ci sono documenti da mandar via in forma di fax
o solo da firmare, ci sono telefonate da fare al geometra per il condono
edilizio o al notaio per la procura. o che so altro io. Le terze, eh no, quelle
sono tutte mie, segrete, in punta di piedi, vicine al mondo come lo è il
Paradiso. E sono chiuse nello scrigno segreto della mia anima. Non ho strumenti
da usare; non ho documenti da firmare, ma nuda, nel nulla che è tutto, mi
danzano dentro e salgono e scendono lungo la corda che ho dentro, rincorrendosi
nella mia dorata consapevolezza.
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| Io, , oggi, finalmente libera; non come allora... |
Un giorno, in una di quelle
ore lì, per me sacre come è sacro santificar le feste, mi telefona una delle
amiche che cerca da me risposte, conforto, contenimento o fate un poco voi che
cosa. Io ascolto, lei parla. Io, di scarne parole, lei un torrente di montagna
liberato dai rami caduti e dalle dighe dei castori. E mentre son lì, con
l’orecchio grande alla cornetta, squillano cellulare e campanello, mio marito, nell’eco del corridoio, mi chiama: è
sotto la doccia e l’acqua calda è chiusa e Leonardo gironzola per casa, ha fame
di cibo e di vita. Va bene, mi dico, scendo, scendo dalla mia scala d’oro. E
dopo aver chiuso con l’amica, risposto a cellulare e a campanello, acceso
l’acqua per il marito e messo in forno una bruschetta per il figliolo, mi siedo
accanto al mio angelo e riprendo il filo d’Arianna che mi conduce, segreto,
fuori dal labirinto…
giovedì 1 novembre 2012
Il gatto di Dio
Oh bella, mi dico,
svirgolando a destra e a manca, questa mattina, le imposte color ruggine del
mio salotto, è arrivato il mio novembre di aranciati loti, il mese che chiama al silenzio e ai pensieri gravi, di terra e di cielo. Il mese dei morti e dei biondi
crisantemi, che sono vivi in me più delle persone vive. Così, con i capelli in
raggio di sole a far da Raperonzolo sulla
deserta via del Boschetto, giro lo sguardo in su al cielo dove, silenti,
riposano nuvole basse, arrotolate in bianco e grigio, nuvole nomadi, che paiono
far da cuscino, stamane, tra noialtri, di carne e di sangue, e i santi, lassù, che oggi si festeggiano in
una festa che nessuno pare sentir più... Non van di moda i santi, nossignore,
il posto loro lo han preso altri e certo non sono io a sapere chi sono. Magari,
in cortesia, ditemelo voi.
I santi, invece, sono stati,
per me bambina, presenza quotidiana. Nonna Stella aveva un libro, grande e
grosso, con su scritte le loro vite grame, di sofferenza e luce. Mi leggeva di
Pippo Neri e della povera Teresa che, un giorno sì e quello dopo pure, vedeva
il diavolo danzare i suoi sabba davanti al suo naso sgomento. Altroché
Halloween. Mi perdevo nelle storie tante che, tutte intrecciate, erano
avventure d’anima e corpo. Le figurette, ieratiche, ferme in un eterno presente, portavano intorno al capo la corona dell’aureola,
come un collare divino. Bambina, collezionavo santini (ne ho ancora, di belli,
bellissimi, donatimi dal mio amico Gianpiero…). Ce l’ho, ce l’ho, mi manca.
Come fossero figurine. Ma figurine non erano. Anzi. Fu nonna Stella a mostrarmi
il divino nel mondo. Sono tutt’occhi, perduta con lei, in una riproduzione dell’annunciazione
di Lorenzo Lotto. E c’è una madonnina, in cremisi e turchino, le mani in
angosciata difesa, ginocchioni, di schiena, di fronte al mistero. Ma, bambina, mai scordai
il gatto nero con la gobba, inselvatichito, in furore di corsa, che nel pelo e nella
coda ritta raccontan nel quadro più ancora
della Vergine santa il sacro nume in terra.
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