A vent'anni, con un chilo
di leggerezza e sei etti di passione per la scrittura (e
per chi la produce) in valigia, mi trovai – per una bizzarra combinazione di
eventi che lascerei in soffitta se non vi dispiace - a Lisbona, a studiar portoghese come lingua quadriennale e a spulciar tra le carte e i libri
della biblioteca nazionale a caccia di un'idea, di una scintilla, di qualcosa, per la mia tesi di laurea su Fernando Pessoa. Di
pomeriggio, camminavo, sola soletta, per la Baixa, rincorrendo il
fantasma del poeta degli eteronimi, per mano all'infinita felicità
che mi dava quel cielo di nuvole turbinanti, in corsa dall'Atlantico, e il cielo turchino di Lisbona che ancora oggi, vivo nella
memoria, mi squaglia il cuore. Ho due città nell'anima,
infatti: e una è Lisbona e l'altra è Istambul, ma
spiegarmelo non so...
A Lisbona vivevo in una casa, color canarino, alta sul colle di
Restelo, che aveva sulla coda un fazzoletto di verde. Alla domenica sera,
ospitava un lungo tavolo dove la padrona di casa, con figli, nipoti e pigionanti (cioè
la sottoscritta) consumavano le “caracoles”, mentre i grilli
pestavano i loro tamburelli e il mare, lontano, alitava salso e
avventura. La casa apparteneva a Dona Ricardina, che noialtri chiamavamo Vovodina. Cioè nonninadina. Era tutta il suo nome:
piccola, rotonda, con i capelli tinti di grano e i lumi sempre accesi.
Vedova due volte aveva per compagno un omino di pan di zucchero di nome Quinn.
Un giorno, in un tardo pomeriggio d'arancia e di fuoco, Vovodina mi disse in segreto: "Lo sai che i miei mariti li ho incontrati tutti e tre al cimitero?". La vidi, in nero, trottolar tra le tombe, sottobraccio al vedovo scuro che mi guardava ogni santa mattina, in tralice, dal comò della sala da pranzo; e poi, allacciata al tipo smilzo che, in bagno, faceva cucù tra creme scadute e bottigliette di shampoo. E poi vidi Quinn, in carne, ossa che, dietro alla schiena di lei, agitava una statuetta di Sant'Antonio che, secondo lui, doveva scacciar la malasorte, perché, insomma, anche in Portogallo, non c'è due senza tre. S'intende mariti all'altro mondo...
Un giorno, in un tardo pomeriggio d'arancia e di fuoco, Vovodina mi disse in segreto: "Lo sai che i miei mariti li ho incontrati tutti e tre al cimitero?". La vidi, in nero, trottolar tra le tombe, sottobraccio al vedovo scuro che mi guardava ogni santa mattina, in tralice, dal comò della sala da pranzo; e poi, allacciata al tipo smilzo che, in bagno, faceva cucù tra creme scadute e bottigliette di shampoo. E poi vidi Quinn, in carne, ossa che, dietro alla schiena di lei, agitava una statuetta di Sant'Antonio che, secondo lui, doveva scacciar la malasorte, perché, insomma, anche in Portogallo, non c'è due senza tre. S'intende mariti all'altro mondo...

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