Al
pomeriggio del sabato, il praticello della villa romana che era un velluto verde all'ombra di tre nodosi ulivi d'argento e di un solitario
cipresso, si trasformava in campetto da pallone. In vespa, vespone, ciao o boxer, soli o
accompagnati, arrivavano a frotte amici e amici di amici per scroccare una
partitella di calcetto senza pagar la pigione... Tutti quanti - chi più chi meno - portavano cognomi al sapor di nobiltà
bianca o nera, d'industria, delle professioni. Arrivavano
stirati nella loro naturale e semplice eleganza, lontana anni luce dagli eccessi del mondo a venire. Poi, tutti quanti, a gambe nude e in
pantaloncini, sembravano mettere volentieri in soffitta arie e lombi. Tutti
Totti alla faccia della buona creanza!
Poco più tardi, alla spicciolata, arrivavano le ragazze,
amiche, amiche di amiche. Sedevano, le spettatrici,
fidanzate o aspiranti tali, sul muricciolo di ciottoli di fiume e di cemento,
che faceva da passamaneria al prato e si animava di chiacchiere e cicale. Quando scendeva l'inchiostro della sera, i
ragazzi tornavno, con gli abiti civili, quelli di prima e cercavno di organizzarsi con le belle per la sera. Molti, senza tanti complimenti, se la filavano e buonanotte al secchio. Restavamo Marco, io e pochi
altri. Di solito si finiva in uno dei due
cinemini di terza visione (come si dceva allora e ora non più) che stavano uno in Via Tata Giovanni e l'altro a San Saba. L'Alba, ritagliato in un signor palazzo, un intrico di terrazzi e giardini, che
ora è una scuola, aveva certi sedili di legno, duri e scomodi che, quando ti alzavi, zacchete, ti mordevano il didietro. Durante l'intervallo tra il primo e il secondo
tempo, un Belfagor in divisa da barista, si aggirava a spalle curve, con il suo balconcino pieno di patatine e
Bomboniera algida. Accanto alla bella basilica di San Saba c'era l'altro, il Rubino, che ora è un teatro, ma non si dà arie perché con gli anni non è punto cresciuto...
A volte, dopo la partita, anche per noialtri, quattro gatti, era ciao ciao e ognuno a
casa propria perché, l'indomani si andava
allo stadio, in Curva sud. Tra i fedelissimi c'era il migliore
amico di Marco, tifoso, romanista che non vi dico, tutto riccioluto che pareva un angelo di
Melozzo da Forlì, fuori misura, però, per via del suo uno e novanta di altezza e della stazza importante. Un
ricordo bussa al portone: siamo seduti sulle gradinate dello stadio Olimpico, tutt'intorno il chiasso indiavolato
della tifoseria. Il nostro è tutto quanto uno spettacolo: seduto in pizzo in pizzo, le gambe in terremoto, sporto in avanti, i gomiti a pestar sulle ginocchia, la faccia
sprofondata tra i pugni chiusi. In mano una bandiera giallorossa. D'un tratto, dal nervoso, prende a
cacciarsela in bocca: piano piano, sparisce tutta quanta. Un bambino lo vede, dà una
gomitata al padre e: “A papà quello se sta a magnà na bandiera sana!”. E il
padre, un elastico gialloroso anche lui, risponde come se vedere uno struzzo prender l'autobus fosse pane quotidiano: “Embè...”

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