Ho
un'amica che è una ballerina di flamenco. Come fa il sapateado
lei, con due occhi neri che paiono fare il tacco punta pure loro,
mentre ti bruciano l'anima dal palco, non ho mai visto nessun'altra.
Neanche a Siviglia, ve lo giuro, dove andai proprio con lei (in arte
Lisa Flores), ancora in erba di braceado e sevillana, forse
trent'anni fa che, a me, nella memoria paiono ieri. Della città
bianca, addormentata lungo il Guadalquivir, immersa in un fiato di
calore che pareva scioglierti anche il pensiero, ricordo la stanzetta
al piano terra di una bella casa con patio e fontanella nel barrio di Santa Cruz, dove dormivano e vivevamo prigioniere fino al pomeriggio, Lisa e io, per combattere i quaranta e tanti gradi
quotidiani. Fu lei, più esperta, a scegliere la tana dabbasso,
perché io, per me, avrei preso la camera vetrata all'attico che
guardava in faccia il sole e, da su in giù, il dedalo di viuzze sivigliane. Fossimo finite lassù (per il capriccio estetico
della sottoscritta) a squagliarci di caldo, forse oggi neppure
scriverei questo blog di storie tragicomiche e lascerei in santa pace amici e sconosciuti..
Tant'è.
Lisa aveva un fidanzato gitano, bello come un bronzo attico, il
quale, a sua volta, aveva un fratello gemello che era (secondo me) tanto brutto e
sgradevole e pure antipatico quanto il primo era un adone. Una sera, il
bello e il brutto, che erano gemelli come Esaù e Giacobbe,
decisero di portar le due turiste, cioè noialtre, a vedere la
mosquita di Cordova. Partiamo in un macinino con tosse e asma, sotto un cielo turchino appena lavato da cherubini e serafini, i gemelli persi nel cante jondo, io nella campagna brulla d'Andalusia, fatta, mi
pareva, di gobbe spelate di cammello. Cordova ci diede il suo benvenuto di
muri a calce e ciclamini rosa e il giorno passò al galoppo.
Quando la luna prese a fare in cielo la rivista dei pipistrelli, ecco
arrivare il tempo romantico dell'amore. Il bel gemello e la mia amica
si baciavano in una piazza vuota, un quadretto da pro loco. E io? Io, dietro di loro, ma a
distanza, con quel Serafin del menga appresso; io a bocca cucita, nel
forno della stufa. D'un tratto mi sento afferrar la mano e odo un
sibilo nell'orecchio: “Yo soy un hombre, tu eres una mujer, entonce
que?”. Già, grazie mille, e allora? Fu Lisa, con grazia flamenca, a salvarmi dall'imbroglio e io, ridendo, fuori dalla giungla.

....Se lo sapessi fare ....fischierei. Scampato pericolo. :)) Come sempre la tua simpatia emerge dalle piccole cose più impensate.
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