Anche a San Giuliano, da nonna Stella, dividevo
la camera con mio fratello Marco. Era una stanza a grattar il naso al firmamento, come fosse in alta montagna, e dava su una strada dove, notte e giorno, era vivo su e giù di macchine. Di notte le
automobili passavano quasi silenziose, proiettando, non so mica dire perché, un’ombra luminosa
sul soffitto. Il ronzio del motore mi cullava, come una carezza di madre.
Vsssum, vssssum, e io al calduccio sotto le coperte. Le macchine che andavano
verso il Noncello, cioè verso il centro di Pordenone, erano “mie”; nel verso contrario di Marco. Era una gara tra me e lui, dove
l’unica imperatrice, come spesso accade nella vita, era la fortuna. Uno, due, tre, contavamo le ombre di luce sul soffitto come fossero pecore. La disfida terminava nel sonno, quando noialtri due finivamo, come diceva la nonna, “al teatro
bianchini a letto sotto i cuscini” senza un fiato cosciente.
Di
giorno, altri giochi. Si andava raminghi, liberi per la campagna, oltrepassando il
cancello di legno verde che divideva il giardino dai vigneti prima e dai campi
di mais poi. Si andava, io e Marco, fino alla fontana fredda, sul lato nord
della proprietà, a bere una sorsata d'acqua gelata e a spiar le ranocchie nel rigagnolo verdastro che si perdeva in un boschetto di erbe alte. C'era anche la casa “bombardata” che era, a ripensarci, un rudere dove di casa erano topi e lucertole. Entravamo, scappavamo
via al primo cigolio di un’asse scardinata, rincorsi dai nostri fantasmi
privati, mentre la misera casa piangeva solo il suo abbandono...
Una sera, spinta dalla sete, aprii per sbaglio la porta della
cameretta, dirimpetto alla nostra, dove dormiva la Lilli, che era arrivata bambina a servizio da nonna Stella, che rispondeva "comandi" ai di lei capricci e che pareva, ai miei occhi bambini, come una creatura eterna, cucita alla casa e all'abitudine dei suoi panni neri. Vidi, ma sul serio, distese sul pavimento, le spire di un serpente d'argento: i capelli infiniti della Lilli. Non se li era
mai tagliati, da quando, tredicenne, era arrivata, spinta dal vento del bisogno, a San Giuliano. I
capelli come radici senza frutti. Anni e sogni: tutti giù per terra.

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