La mia Barbie Malibu,
quando giocavo con Vivian a Roma e a Cala dei Gigli con Silvia, si
chiamava Margherita, un nome antico, ricamato di primavera. Mi
ricordava, ora lo so, le pratoline bianche che, quando l'inverno si sbottonava il cappotto, coloravano di neve, dandomi un sobbalzo al cuore, pratone
e praticello e poi, docili, si facevano, tra le dita mie, corde fiorite. “La
mia si chiama Margherita!”, dicevo come se battessi il pugno di
Petrus sul tavolo per occupare, vivaddio, la mia sedia musicale! Le
altre Barbie diventavano Domitilla, Ilaria, Olga. La mia era più
o meno sempre Margherita, se non si calcola una breve parentesi in
cui, in una fase mistica, la dissi, poverina, Osanna…
Passano gli anni battendo la marcia di Radetzky, sono già ventenne all’università dove mi
perdo tra i miei carmina che, come si sa, non dant panem. Io studio,
il naso di polvere ficcato nel libro dell’inquietudine di Fernando
Pessoa, mentre le altre – amiche ed ex compagne di classe -
prendono marito, un marito con i fiocchi e con i baffi, e presto
esplodono di vita. Tra un esame e l’altro ci si vede, ancora come
se fossimo le stesse ragazze cucite nella divisa penitenziale del Mater Dei o sciolte nei capelli biondi, senza
capire che i sentieri si erano già biforcati e che eravamo,
tutte quante, viandanti e pellegrine in storie d'arlecchino, ognuna già perduta nel proprio destino. Le loro pance rotonde erano viatico della differenza. Che io, cieca, non vedevo o non volevo guardare. A Silvia col pancione non dovevo mica dire
che il mio nome del cuore era Margherita; ad Anna sì ché
con lei alle Barbie non avevamo mai giocato assieme. Un giorno, dissi all'una e all'altra - imprudente - che se avessi avuto un bambina sarebbe stata Margherita e loro a sorridere al grembo che
sorrideva pure lui. Nacquero le loro bimbe, una appresso all’altra, tenendosi per mano e
indovinate un poco come si chiamarono tutt’e due? Ma certo: due
Margherite…
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