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Al Mater Dei fino a tutte le elementari, erano ammessi anche i maschi. Ovvio che fossero pochissimi, come le tigri albine in India. In classe mia erano tre. Il più alto - che aveva ben tre nomi poiché difettava di cognomi - somigliava a una meringa con una colata di cioccolata sul capo. Fu il vento nella recita di quinta. Galoppava sul palcoscenico, e si sbirciava di continuo le spalle per assicurarsi che il manto nero (secondo sua madre caratteristica del vento) si gonfiasse di aria e d'allegria. Pencolava, invece, floscio come uno straccio appeso... Il secondo in ordine di altezza era biondo e magro e si dava molte arie perché aveva due Papi in famiglia. Per me era il disgusto col caschetto del paggio Fernando: mi lasciava sulla spalliera del banco una scogliera verdognola, frutto dei suoi scavi nasali...
Piccolo, smilzo,
bianco come un cencio, Federico C. era
l'ultimo e terzo maschio della classe. Non
parlava mai e portava sempre i pantaloni corti. Anche d'inverno, col freddo e il gelo. Aveva
un cognome che suonava come un solido
geometrico e sette sorelle, tutte di
luna e tutte acciughe al pari di lui. Io pensavo che i C. fossero in miseria (forse perché non avevano abbastanza stoffa per coprir le ginocchia a Federico...) e li immaginavo a dormir tutti appallottolati, in un lettone, uno con i piedi dell'altro sul naso, come in un film di De Sica. Un giorno il padre di una compagna, che declinava come un
rosa rosae le genealogie pontificie,
fece giustizia: "Tre a due!". Intendeva tre papi in famiglia. Tiè: in quella di Federico...

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