Per chi lo desidera, ecco qui sopra un mio articolo per Stilum Curiae.
E mentre il sole splende fuori e dentro il mio cuore, dopo la delizia di un pomeriggio innocente, vi vorrei presentare uno scrittore di razza ingiustamente messo d'un canto e nell'oblio. Si tratta di Massimo D'Azeglio che, per chi non lo sapesse, sposò in nozze infelici una delle figlie di Alessandro Manzoni e che, nell'Ottocento, dipinse, scrisse e fu poi uomo politico e anche ministro. Dopo aver letto i suoi ricordi, tutti quanti deliziosi e scritti in punta di penna, ora sono tutta presa dalle sue storielle di vita romanesca perché il D'Azeglio, con l'uzzolo di fare il pittore, visse per qualche mese nelle campagne romane, all'ombra dei castelli. Visse a pigione, a Marino, in casa di un certo Checco Tozzi, vestendosi come lui, con il giubbetto di velluto e lo schioppo ad armacollo. Visse e dipinse e si guadagnò il privilegio di vivere, pur già nell'Ottocento, alla maniera dei tempi di Michelangelo. Belli, vivi, vividi, spiritosi i racconti un poco scapigliati e fatti alla spicciolata senza troppo badare all'ordine. E tra tutti, difficile scegliere, prendo a caso la storietta di lui, Massimo, in lotta con somaro che lo conduceva a caccia di paesaggi. Il somaro, furbo, gli scappava via e lui a rincorrerlo ta i campi, in sudati Mezzogiorni. Poi, al ritorno, in "lingua asinina", uno scapaccione che voleva dire vai alla stalla...


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