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mercoledì 27 maggio 2020

Il deserto intorno

Questo è il delizioso bar del locale "Il pane di San Saba" dove ho fatto colazione questa mattina nella dolce carezza del ponentino romano.

Nel mio piccolissimo e minuscolo, cerco di rifar partire la macchina italiana che, tramortita, sembra un'atumobile, ricoperta di polvere del deserto, abbandonata, derelitta, con le gomme a terra e i finestrini incrostati di sabbia del Sahara. Se provo ad accenderla, starnuta, singhiozza e soffoca e quasi non dà segni di vita. Ma, dai, proviamo ancora e dai a girare la chiavetta. Così ieri, piena di buone intenzioni, ho preso per la prima volta dopo mesi la Metro A, quella rossa per intenderci che taglia la Capitale da Nord a Sud e che mi consente, appunto, di raggiungere via Battistini dove si trova un negozio di stoffe (Diffusione Tessile), dove non sono stata mai.
Prendo la metro B a Cavour, e sulla banchina siamo in tre. Io, senza mascherina e altri due imbavagliati. Una fermata e bisogna cambiar colore e treno. Su e giù sulle scale mobili in una piccola e allegra ressa, con mascherina (la indosso io pure) e siamo già nello scompartimento vuoto. Il silenzio è gelato. Nessuno parla. Occhi imploranti, supplici come, se ne stanno rintanati nell'orizzonte personale e sociale che ci è concesso dalle autorità. Con questo spirito, mi dico, per la macchina non ci sono speranze. Salgono e scendono nuove persone, tutte imbavagliate, alcune con un guanto, il destro, che serve a reggersi, così credono, in tutta sicurezza. Giunta alla meta, cioè alla fermata Battistini, gambe nello zainetto e via per raggiungere il numero tal dei tali dove si trova il negozio. Il marciapiedi è stretto e corre tra erbe alte che non hanno visto il barbiere da molte lune. Ogni tanto, bidoni della spazzatura sventrati che hanno vomitato in strada il loro pazzo contenuto. Incontro due nomadi, madre e figlioletto, con il classico trolley e allora so che cosa è successo Ma non si può dire, cioè mettere in parole, una via l'altra, per tema di essere politicamente scorretti e via. Eccomi al negozio. Fatti gli acquisti, ritorno sui miei passi fino alla fermata del 916 che scende, lungo la Via Boccea e poi la Gregorio VII, per poi atterrare il Piazza Venezia. Nell'abbandono e nel deserto  che è l'intorno addormentato dal fiato di Malefica, acciuffo al volo un autobus. Salgo e appena dentro, un tipo bassetto mi apostrofa: "Deve pagare a me il biglietto, noi siamo i capi qui". Ho capito: è un parente del mio  incontro. di prima Ride e allunga una mano come a chiedere la carità. Forte del mio bavaglio che mi regala l'anonimato e la faccia tosta che solitamente non avrei, lo guardo come se fosse fatto d'aria e qualcosa deve aver percepito perché, zitto e mogio, è sceso alla fermata successiva... 

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