Nonna Stella, bella com’era
e anche imprudente, era figlia del vento e dell’avventura e viveva nei suoi sogni
di bimba. Ficcava il suo naso lungo lì dove le pareva di annusare le
ingiustizie. Una volta, a due soldati americani della Nato, grandi e grossi e
pure armati, usciti a menar le mani dalla base di Aviano assestò due begli
schiaffoni e quelli, basiti, invece di prendersela con lei, si fecero una risata
e poi pace e una sigaretta. Per lei, giovanissima, giovane e poi quarantenne c’era
posto nel cuore soltanto per l’ufficiale di Cavalleria che doveva diventare mio
nonno, ma i due non si decidevano mai. Per un motivo o per l’altro, mancavano
sempre all’appuntamento con l’amore. Lui aveva l’esercito stampato nell’anima.
Bimbetto, seguendo i soldati a passo di marcia, si era perduto per Udine, dove
sua madre, biondissima, lo aveva cercato in disperazione. Lei, mia nonna, piena
di ammiratori, passava da uno all’altro, con spensieratezza e un poco di innocenza
bambina…
Già madre anziana di
mia madre e vedova militare, la Stella pensò bene di rinnovellar i passati
amori, scambiando lettere e cartoline amorose con un certo Avvocato Cavallari,
che era stato nientemeno che suo testimone di nozze. Lui, tutto preso da lei,
aveva fatto il biglietto per Roma, dove lei viveva con noialtri Ponti da mesi,
e, con una rosa gialla in mano si era ritrovato, perduto e solo, alla stazione
Termini, in attesa di lei che, da lontano, zitta zitta, avendolo scorto con gli occhi suoi neri, gettò
in un cestino la sua rosa gialla di riconoscimento e via al trotto a casa dalla
sua Regina, mia madre. Si tuffò sul letto, a gambe all’aria e: “Per carità! Non
ha capelli!”, esclamò e poi più nulla del povero Cavallari, non più sogno di bimba, buttato, insieme
alla rosa gialla, nella pattumiera e via verso una nuova avventura…

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