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mercoledì 28 marzo 2018

Buona Pasqua!


In gregoriano, tra gli ulivi d’argento, la domenica delle Palme ero a Santa Maria Maggiore, per la messa solenne delle dieci di mattina. Splendeva il sole fuori, dentro la fiamma d’amore che sempre accesa mi accompagna. In obbedienza a chi so io e qui non dico, portavo sul capo il bel velo da messa ereditato dalla nonna Stella che è ricamato in avorio e bello nella sua semplice  trama di rose. La mia testa, velata, era, insieme a quella di una signora eritrea, l’unica nella platea femminile nel ventre d’oro della basilica papale trasformata in Gerusalemme.
C’ero io, c’era lei, tutta bianca, e nessun altra. E c’era chi, tra chi intorno pregava – e non erano pochi -  mi guardava con gli occhi a forma di punto interrogativo, come se stessi facendo chissà che cosa di incomprensibile, come se fossi uscita direttamente dalla protostoria, caduta nella modernità in forma di stonatura. Ma io, sotto al mio velo di trina, mi sentivo al sicuro e serena e la preghiera, in quel mondo santo, tra due veli, separato dal mondo, sgorgava in canto d’usignolo e l’anima in tripudio mi lasciava, quaggiù.
Così, ho pensato, che il triduo pasquale lo farò, sano, a Santa Maria Maggiore e anche velata. E si comincia, domani, con la messa in coena Domini (Ah, la meraviglia, tra il suono delle campane, nella processione che conduce il Santissimo all'Altare della Reposizione!). E così a tutti auguro una silenziosa e felice attesa, nella gioia della Santissima Pasqua che tutti ci salva, mentre piano piano l'inverno lascia il posto alla sorellina minore, la primavera. Auguri!

sabato 24 marzo 2018

Nella contemplazione la vita


Il silenzio del raccoglimento, nella compunzione solenne della settimana Santa che sta per iniziare, accompagna i miei ultimi giorni quaresimali, mentre salgo sul Monte, accompagnando il Signore nel viaggio suo del dolore. Da dove mi trovo, coprendo con disco di mano gli occhi appuntiti, il mondo sembra galleggiare laggiù, come un sogno nel deserto. Balugina nel buio pesto che dall’alto scorgo dalle parti di Santa Marta, la figura bianca del vescovo di Roma che ride a ganascia – ma, per davvero, eh!  – delle Sante martiri che hanno da sempre inghirlandato di rose la Chiesa. E’ ben triste un Pontefice che non ama, così sembra, i Santi giovani, innamorati dell’Eucarestia! Ma, di nuovo, procedo e sul dorso mi pesa la gran verità che taccio e che è sepolta nel mio mistero. Ma il cuore è sereno e lieto risponde al saluto del giorno che avanza.
Dall’alto, dalle parti di Montecitorio e Palazzo Madama, vedo grappoli di uomini intenti al lavoro mondano del governare nel timone tutto umano dei palazzi del potere. Si sentono eterni e non sono. Con sensi dolenti, seguo in televisione,  gli spaghi annodati delle loro parole, i sorrisi che nascondono pugnali, le finte risate sonore. Procedo, sotto il peso mio che è anche il Suo, e ancora cammino sull’erta salita. A ogni passo, un respiro profondo perché si procede a fatica, nell’aria sottile che mi circonda. E mentre continuo a salire, gli occhi si chiudono nel sorriso di Sant’Imelda, sento la voce di mio marito che, da lontano, mi richiama alla terra e corro al mio primo lavoro di sposa. Scorrono tra le mie dita le trame famigliari di calze e camicie, ricordandomi, nella loro divina, santa semplicità, che non c’è salita senza discesa e non c’è un su senza un giù. Nella contemplazione la vita.

mercoledì 21 marzo 2018

Intervallo di primavera


C’era, al mattino presto, come una tenda scura tirata sulla bella Roma bagnata di questi ultimi giorni marzolini. E, goccia a goccia, la pioggia scendeva riempiendo di profumo l’aria che si lavava in acqua divina. Aperta la finestra, ho respirato in quell’intorno  nuovo che si rinnova, anche per me, in santo nascere, ogni giorno. Il silenzio era tutto foderato di azzurro mentre due merli saltellavano giocondi a caccia forse di vermi sul tetto dirimpetto carico d’erbe e il cuore saltellava con loro in armonia terrestre.
 C’era, quel telo, c’era, e non c’è più perché, con le ore in corsa, ecco due angeli del cielo tirarlo su in oh-issa, per lasciare sullo sfondo il blu quasi turchese del cielo aperto che ora, in bianco immacolato, si colora in ricamo di nubi. I miei occhi, stanchi, si perdono lassù e piena di rinnovata gioia, come costruttrice di Cattedrali, stiro, cucino, lavo.
Io osservo il cielo e volo via, lassù, mentre il mondo, con i suoi nodi e le reazioni eterne che tanto male fanno agli uomini e alle cose poi,  si attorcigliano, annodandole, nelle eterne domande che solo il Mistero , nel silenzio del cuore, sa slacciare. Io lo so, ma più non parlo e me ne sto in disparte, nascosta, e alle domande che mi fanno non rispondo più e aspetto la primavera di San Benedetto quando le rondini erano sotto il tetto…

lunedì 19 marzo 2018

Sogno di bimba


Nonna Stella, bella com’era e anche imprudente, era figlia del vento e dell’avventura e viveva nei suoi sogni di bimba. Ficcava il suo naso lungo lì dove le pareva di annusare le ingiustizie. Una volta, a due soldati americani della Nato, grandi e grossi e pure armati, usciti a menar le mani dalla base di Aviano assestò due begli schiaffoni e quelli, basiti, invece di prendersela con lei, si fecero una risata e poi pace e una sigaretta. Per lei, giovanissima, giovane e poi quarantenne c’era posto nel cuore soltanto per l’ufficiale di Cavalleria che doveva diventare mio nonno, ma i due non si decidevano mai. Per un motivo o per l’altro, mancavano sempre all’appuntamento con l’amore. Lui aveva l’esercito stampato nell’anima. Bimbetto, seguendo i soldati a passo di marcia, si era perduto per Udine, dove sua madre, biondissima, lo aveva cercato in disperazione. Lei, mia nonna, piena di ammiratori, passava da uno all’altro, con spensieratezza e un poco di innocenza bambina…
Già madre anziana di mia madre e vedova militare, la Stella pensò bene di rinnovellar i passati amori, scambiando lettere e cartoline amorose con un certo Avvocato Cavallari, che era stato nientemeno che suo testimone di nozze. Lui, tutto preso da lei, aveva fatto il biglietto per Roma, dove lei viveva con noialtri Ponti da mesi, e, con una rosa gialla in mano si era ritrovato, perduto e solo, alla stazione Termini, in attesa di lei che, da lontano, zitta zitta,  avendolo scorto con gli occhi suoi neri, gettò in un cestino la sua rosa gialla di riconoscimento e via al trotto a casa dalla sua Regina, mia madre. Si tuffò sul letto, a gambe all’aria e: “Per carità! Non ha capelli!”, esclamò e poi più nulla del povero Cavallari, non più sogno di bimba, buttato, insieme alla rosa gialla, nella pattumiera e via verso una nuova avventura…

sabato 17 marzo 2018

Nel giardino incantato

Piccola benniposh da sera, la trovate nel mio negozietto su Artesanum
http://it.artesanum.com/artigianato-benniposh_bacio_di_rosa-93560.html
Percorro a passi svelti lo stradone della villa che era in terra battuta e ora annega tra ciottoli bianchi di fiume. Un passo e affondo, un altro e affondo e va bene. Arrivata alla porta d’ingresso, la trovo chiusa e sprangata. So che, dentro, c’è una persona a me cara che non sta punto bene e quindi, corro torno torno alla villa, picchiando a ogni finestra e chiamando il nome di lei, che non risponde. Finalmente, giunta all’occhio chiuso tal dei tali della casa, sento - e respiro - una flebile voce. “Aprimi”, imploro. E finalmente le persiane si aprono, e ciuffete, una gamba via l’altra mi infilo in casa. C’è odore di notte convulsa e così rassetto, mentre l’aria fresca del mattino fa il suo ingresso glorioso, alitando salute e primavera.
Basta un poco di acqua e parole di tranquillità e l’inferma si acquieta e un minuto più tardi già dorme e russa che è una letizia vederla. A me non resta che star lì, in veglia pronta, e così mi ritrovo, sola soletta (e beata) nel giardino che mi ha visto bambina e dove sono cresciuta, selvaggia, nell’incanto dell’immacolata concezione. Io conosco ogni angolo del giardino, so, tra l’erbe, trovare il tarassaco gentile che si fa incanto di pura aria e semi; so dove si trovano i limoni che salutano il sole e gli aranci profumati di vita. So come si scala l’ulivo, per poi allacciare le gambe al ramo e lasciar pendolare la testa nel vuoto e nella meraviglia. So tutto questo ma oramai gli anni li conto a due mani per cinque e passa e così me ne rimango seduta su una vecchia panchina a sorseggiare un caldo tè e mentre sono lì, nella compunzione solenne che mi accompagna, ecco sbucar da chissà dove un gatto nero che, indolente, a coda ritta, si avvicina e miagola la sua fame. Io bevo il tè, lui il suo latte. In beata compagnia, lui e io, nel giardino incantato.


http://it.artesanum.com/artigianato-bennitopolino-93450.html


martedì 13 marzo 2018

Con l'azzurro nel cuore


Per ragioni segrete, tutte mie e sue, che non intendo rivelare, io mi sento vicino, e nel cuore, Benedetto XVI e di lui mi manca tutto: il pensiero, la presenza, la parola. A volte leggo i suoi bei libri che fanno volar l’anima in alto e altre prego per Lui nella mia santa orazione e mi pare di vederlo ai piedi della Croce, ginocchioni, in veste bianca. Dei cinque anni di pontificato di Bergoglio, preferisco tacere, ma sono saltata sulla sedia quando ho sentito che il secondo, il regnante, ha avuto bisogno dell’endorsment del primo, del Papa Emerito, per tagliare la torta e il traguardo del suo quinquennio. Ma le parole sentite alla tv, “stolto pregiudizio” e altre qui e lì, mi sono suonate all’orecchio tanto differenti dall’ampio periodare elegante e teologicamente sopraffino di Benni (come lo chiamo io) che ho dovuto, sì, andare fino in fondo e non lasciare tutto al punto e virgola.
Ho scoperto, dunque, grazie a Sandro Magister, vaticanista, che le frasi strombazzate alla televisione erano soltanto un’estrapolazione dell’intera lettera di Ratzinger a quell’altro, in risposta all’invio di undici “volumetti” (così Benedetto XVI) scritti da teologi vicini a Bergoglio. Con un cortese grazie, Benni rigettava l’invito alla lettura. E a questo punto passo la parola a Lui (ubi maior minor cessat) e lascio il corsivo per differenziare piccola io da grande Lui: Tuttavia non mi sento di scrivere su di essi una breve e densa pagina teologica perché in tutta la mia vita è sempre stato chiaro che avrei scritto e mi sarei espresso soltanto su libri che avevo anche veramente letto. Purtroppo, anche solo per ragioni fisiche, non sono in grado di leggere gli undici volumetti nel prossimo futuro, tanto più che mi attendono altri impegni che ho già assunti.
Altro non aggiungo, in punto e a capo, e nel bel sole d'oro che ci scalda coi suoi raggi, saluto Benni e tutti sotto al cielo azzurro lavato, nella notte, dagli angeli.


lunedì 12 marzo 2018

Il sole dentro



Mi sveglio nel lucore mattutino mentre Roma, gli occhi ancora appannati, si stiracchia, levandosi dal suo bel letto costruito su antichi muri e chiese divine, e al computer, per il giro quotidiano degli incontri virtuali, scopro che oggi si festeggia un grandissimo Santo, Don Orione, che si è prodigato per i poveri più poveri e che è un nome noto anche a quanti a messa non vanno punto e non sanno neppure recitare il Pater noster. Ma scorrendo la vita del Santo, così piena di cose (altroché Sharon Stone…) e ricca di Provvidenza, resto io, senza parole, nel leggere la vera, santa umiltà di due Pontefici grandissimi (che furono i suoi di quel tempo) e che mancano in questa chiesa a capo  in giù dove si “beatifica”, con tutto il rispetto dovuto alla persona, Emma Bonino che tutto è tranne che santa…
E il primo Papa di Don Orione è Giuseppe Sarto (che poi divenne Pio X), al quale il piccolo sacerdote scrisse una lettera d’appunto perché il Pontefice (che allora era Patriarca di Venezia) “mangiava, giocava ai tarocchi e fumava il sigaro”. Quando Sarto salì sulla cattedra di Pietro, incontrando Don Orione, mostrandogli la lettera che aveva posto nel breviario come segnalibro, gli disse: "Certi rimproveri fanno bene ai Patriarchi". E poi Pio XII (che amo tanto). Un giorno, in partenza per Buenos Aires dove andava in qualità di legato pontificio, a chi gli chiedeva una benedizione, rispose: “Andate da lui: è un santo”. E poiché lo era davvero, tutto quanto “sancito” (cioè chiuso nel Signore), lo sapevano anche gli scrittori – quelli veri - che, nella vita vera, tuffano la pena come nell’inchiostro della verità, ecco che cosa rispose Ignazio Silone a chi gli domandava quali personaggi lo avessero più colpito lungo il cammino: «Don Orione e Trotskij: il primo non era il cristiano della domenica mattina; il secondo non era il rivoluzionario del sabato sera». E ora che il sole è già più alto, in Via del Boschetto vanno e vengono uomini e cose, io corro a far mia la quotidianità che, nel lavoro pio, mi rappresenta.

sabato 10 marzo 2018

A Napoli, con Maria


ilmio nuovo negozietto su Artesanum, tanto, tantissimo lavoro...http://it.artesanum.com/negozio-bennibags-15832-1-14.html

Bambina, Maria, abitava – non è uno scherzo - a Castel dell’Ovo, a Napoli. Sì, sì, proprio nel gran castello che sciacqua i suoi piedi nel mare blu del golfo, ed è  simbolo in poesia regale, insieme con il nero Vesuvio laggiù, della bella città borbonica,  signora del Mezzogiorno d’Italia, tutta cuore e anima, che ora affoga e singhiozza negli amari tempi moderni (che non capisce).
Al mattino, d’estate – quando il sole colorava d’oro il mare e le onde – Maria scendeva nella piccola spiaggia privata che era proprietà del castello e quindi anche sua. Suo, e di suo fratello birbone, il paradiso del silenzio rotto solo dallo sciabordio della risacca. Il respiro suo si fondeva a quello del mare e, in estasi infantile, beveva l’incanto, mentre il fratello, dispettoso, cercava di spingerla in acqua. Ma Maria, che era la più grande di tanti fratelli, sapeva farsi rispettare. Piccola com’era e tutta volontà, colorata di cuore d’oro, teneva i piccoli a distanza e casomai li proteggeva. Come doveva fare, più avanti, con la sua numerosa famiglia. Nel suo piccolo cuore di bimba c’era e c’è ancora adesso che gli anni sono tanti e i capelli d’argento,  Castel dell’Ovo, dove al padre Generale avevano dato casa, e c’era e c'è ancora Torre Annunziata dove nonna Pasqualina gestiva, con pugno morbido e di ferro insieme, un pastificio. Le anime dei lavoratori bianche di farina popolavano i pomeriggi di Maria che, con la nonna, trascorreva le ore, imparando, pur senza, saperlo a comandare. Vedeva, alla marina, le navi in arrivo e quelle in partenza e, nel viavai della fabbrica di nonna Pasqualina, i lunghi fili degli spaghetti che, penzolanti a cavallo di un bastone, due uomini in fila indiana – il bastone in spalla – portavano a seccare nel bianco caseggiato che conteneva il frutto del fior di farina. E nel pastificio di nonna Pasqualina imparava il mestiere che sarebbe stato poi il suo, di una vita. E io, che l’ascolto, la vedo, negli occhi celesti, tornar piccina, nell’abbraccio della sua Napoli eterna, dove per prima toccò terra la bella sirena Partenope, proprio sull’isolotto di Megaride, dove, tu guarda, siede a far da sentinella alla bellezza il Castel dell’Ovo di Maria…

giovedì 8 marzo 2018

Piovono scarpe

Ho fatto questa foto alla mia bennibag del cuore (bennibag rosa del deserto,  con la mia cagnolina di pezza Piccola...

C’è una chiesa bella, solenne, alta sul largo di Magnanapoli che pare guardare dall’alto in basso tutta Roma, torreggiante nella maestosità sua di marmo che la cinge e che la adorna. E’ la chiesa dei Santi Domenico e Sisto, dove una mattina  di qualche tempo fa mi sono trovata quasi per caso oppure non proprio perché ero lì all’Angelicum (l’università intitolata a San Tommaso che, per le sue doti di santo, viene chiamato il dottore angelico…) che è tutt’uno con la Chiesa, essendo tutto quanto lì dei domenicani, un’ordine che amo molto e per motivi miei che non voglio rivelare.
In orazione davanti alla Maddalena del noli me tangere, resto muta al pensiero del passato mio oramai trascorso, poi scendo i tanti gradini, dal cielo a terra, e tutta in quella vita che io chiamo vera e che, come silente fiume, ci trascorre invisibile, segreta, potente.
 Faccio quattro passi verso il gran cancello dell’uscita e lì, sempre, seduta a mo’ di sentinella siede una signora nomade, con il gran gonnellone e il foulard e tutto come si deve. Chiede a me delle monetine e poi ecco giungere una pietosa dama, sulla sessantina, e reca in mano una busta che pare anche pesante, o almeno così mi pare. Io scendo, lei sale. La vedo che confabula con la guardiana del cancello e che, generosa, le offre la busta ed il suo contenuto. Detto fatto, eccola scender di corsa la salitella che conduce alla sua autovettura in terza fila. Entra e vrum, vrum e ciao ciao. Io giro sulla salita ampia della Via Panisperna, faccio due passi verso i gran secchioni della spazzatura che ornano – si fa per dire – quella strada bella e, d’un tratto, punfete, tutto un rotolar di scarpe. Alzo gli occhi, è la guardiana che sta rovesciando, in pioggia, il contenuto della donazione. Apro l’ombrello: piovono scarpe…

venerdì 2 marzo 2018

Come alla Parigi-Dakar

Nel mio piccolo e piccolissimo,  lo avevo scritto già il 2 marzo perché tra le buche ho dovuto far zig zag con la mia mini-Cinquecento...




Davanti alla bella chiesa paleocristiana di San Saba, che riposa silente nel suo cotto rosato, ai piedi del colle Aventino, da dove Remo avvistò gli uccelli (aves) che predicevano il futuro radioso di Roma, c’è una piccola panetteria dove io vado, appena posso, perché la pizza è croccante, il pane buono e ottimi sono i biscottini di pasta frolla in forma di cuore e di fiore. Qualche giorno fa, nella mia mini-Cinquecento, che ora splende nel suo nuovo carburante verde, me ne andavo, per motivi miei, proprio tra le Mura Aureliane e Viale Giotto e nel calcare le strde romane, è stato davvero una Parigi-Dakkar. Buche, no, che cosa dico, voragini si aprivano improvvise, come nutrite – non so – dalla neve ed emergevano improvvise come per ingoiar le ruote mie che, in sterzata, difendevo per poi riprecipitare in quella successiva che, di sghembo arrivava a sorpresa. E via così, dai Monti all’Aventino in un dribblar continuo per non rimanere con le gomme a terra. Ah, dicevo tra me, quasi in preghiera, Virginia mia (cioè Raggi), ma tu che cosa stai facendo per questo nostra dolente Roma, in salsa grillina? La risposta l’ho avuta poco dopo, proprio nella panetteria di San Saba, di cui ho parlato prima. Entro e dietro di me entra un signore, sulla sessantina che, indirizandosi alla cassiera, una raazza giovane e carina, fa: “Hai vito, è tornata Virginia dal Messico, tutta entusiasta!”. “Sì!”, twitta la signorina. E lui: “Ha detto che, dal 2024 a Roma sarà vietato usare i motori diesel”. “Nel 2024 non ci sarà neppure lei…”, sospira l’altra. E solo allora capisco che non di una Virginia amica loro parlano, ma del nostro sindaco. E in quel frivolo e vacuo loro parlare, mi sono risposta su che cosa fa la Virginia per Roma e, chino il capo, accetto le buche come inevitabili e, per consolarmi, mi compero un bell’etto di pizza rossa con la mozzarella e con in naso aspiro l’armonia croccante del profumo di pane fresco. E via, di nuovo alla guida nella mia personale Parigi-Dakkar romana…


Questa è la hit delle bennibags! Ne ho vendute tante, ma tante che non ho più velluto...
Ho aperto un piccolo negozio bennibags su Artesanum, ecco l'indirizzo! http://it.artesanum.com/negozio-bennibags-15832-1-0.html