Al Bar Brasile, che apre la sua bocca vetrata su Via dei
Serpenti (e dove, mi dicono, prende il caffè Giorgio Napolitano), al piano
rialzato del locale, dove sedie e tavolini sono immagine di quiete, la signora bella che lo gestisce ha aperto un piccolo nido
per chi, come me, ama leggere, un angolo di bookcrossing, sicché c’è un via vai
di volumi che mi delizia e che ogni tanto, col prendere o il lasciare un libro
o l’altro, faccio del mio per mutarne piramidi e pile. C’è un poco di tutto, in
quel disordine amoroso: best sellers in inglese, libretti di poesie, e classici
a volte. Io, ieri mattina, mi sono presa “La cugina Rachele” di Daphne Du
Maurier, arcinota per la sua “Rebecca la prima moglie” da cui, mi pare,
Hictchcock ha tratto un film che è oramai un classico. La Du Maurier io l’amo
perché le sue memorie “Myself when young” (cioè io da giovane) sono allegre
come pennellate di colore rosa di maggio e perché mi riportavano tutto quanto rotondo
il mondo suo tra Londra e Parigi, e lei bambina con il visetto in copertina e
gli occhi trafitti alla molteplicità del mondo che nasconde (a lei no) la verità.
E più di tutto, nel leggere le pagine sue autobiografiche, me la sono sentita
sorella perché lei, come me, amava e venerava Katherine Mansfield che, a un
certo punto, si ritrovò, nello stupore attonito e selvaggio dei suoi anni di Medusa, vicina di casa. Gioia e trafittura. E così nel girotondo delle mie
scrittrici che, tenendosi per mano come in divina collana, si ritrovan tutte a punto a, allegramente, affronto la mia
domenica mattina, nel sole che si accende pur nel cielo bianco carico d’attesa…

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