Al chilometro tal dei
tali dell’Orientale sarda, proprio di fronte a un paesetto sul quale, alto sul monte, incombeva e incombe
un masso che io, bambina, tremavo al solo pensiero di alzar gli occhi a
guardarlo, c’era (e c’è anche adesso) un posto di ristoro che allora era di un
signor Mario e ora, credo, di suo figlio, ma gestito da altri che non conosco e
ragazze con gli shorts corti così e allegre e niente affatto sarde. C’era il
bar (latte a lunga conservazione e buondì Motta soltanto e un posto per telefonare) e, accanto, un
negozietto dove noialtri Ponti – ché allora mica c’era l’Auchan e forse neppure il
Dettori di Porto San Paolo – si faceva, a giorni alterni, la spesa. Andavo con
mia madre a Vacci e poi dal signor Mario, che era un tipo piccolo e magro, con
due occhi vispi e la mano destra sempre pronta a regalare le mou alla panna,
nella loro carta plasticata color cielo, che si scioglievano, in delizia, in
bocca. Per me, un paradiso.
Andavamo, mia madre ed
io, a sceglier il Dolcesardo e il pecorino e poi anche la frutta che, un poco
stenta, se ne stava in canestre diverse ad aspettarci, chiamandoci, susine e
perette, come buone amiche. Si doveva poi andare alle Poste, al fermo posta anzi,
a verificar che non ci fossero lettere importanti per mio padre che ne
aspettava sempre, cascasse il mondo, ma loro mai. Per andare alle poste, si
attraversava l’Orientale che allora non era come adesso un’autostrada a un’unica
corsia. Ricordo, ricordo come fosse accaduto domani, all’Epifania, che, mentre
mia madre faceva la coda agli sportelli, io me ne stavo seduta sugli scalini ad
aspettarla e il sole mi cucinava la schiena e i capelli biondi. “Perdutta sei?”,
mi domandò una signora un giorno. “No – risposi – sono Ester”. Nel riso di lei,
finì la mia avventura, mentre scoloriva la mattina inghiottita dall’oro del
Mezzogiorno…

:) certo che non sei perdutta! come sempre i tuoi scritti sprigionano simpatia e tutti i colori dell'arcobaleno. Buona Epifania Ester, ti scriverò presto....Rita
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