In una certa casa nel verde d’Australia, dove ebbi
la fortuna di andare e vivere persino, ancora in danza di gioventù verde e
bionda e croccante, viveva (e vive tuttora), anche se i figlioli sono oramai un
poco di qua in Europa e anche di là, agli Antipodi, una famiglia numerosa che
portava, mutato ma non troppo, il cognome di un fast food americano. C’erano
due fratelli e tre sorelle e tutti quanti, chi di più e chi di meno, si è fatto
strada per le vie del mondo. Ma non è di
loro che scriverò e me lo perdoneranno, sapendo, pur nelle distanze, quanto in
caldo sono nel mio cuore per certe lunghe passeggiate in bicicletta lungo gli
argini di un canale, per un vecchio gatto nero che avevano chiamato Stracci (in
onor mio che ero italiana), perché uno di loro mi insegnò, senza saperlo, ad
amare i caratteri cinesi (che vorrei saper leggere e non so…). La penna mia
corre e, invece, dei vivi, spinge e punge per parlar di un morto. Ricorda, la
mia penna, come l’avessi davanti nella memoria viva del dopopranzo, il ritratto
di un nonno loro, un baronetto, un avo di dignità anglosassone, il quale, nella
barba stirata e nei baffi solenni ci guardava, giocare, dall’alto del suo
Olimpo. Chi eravamo noi, fratelli, ospiti, cugini, a petto della di lui
grandezza? Lui, nello scranno di un pater conscriptus, patrizio naturale, e
noi, plebei. Che cosa mai avremmo potuto combinare che per lui non fosse gomma
americana già masticata e senza sapore? Era lui e basta, tutto quanto e noi, più
o meno nulla. Era il pensiero, dico la verità, più dei fratelli e dei cugini
che mio. Ma ne facevo parte, in comunione d’età e di fratellanza bambina. E
mentre il quadro torna vivo, ecco una mail di una certa signora che amo e che
mi racconta, dal paese di Oz, del baronetto una storia viva che parla di lui
più di quel ritratto al falpalà. Un giorno, mentre se ne stava chino su non so
più che legge dello Stato, entra la moglie col figliolo tossicchiante al collo:
“Vieni, per piacere?, dice lei. E lui, alzandosi, citando Temistocle: “Tieni in
braccio il capo della casa. E’ lui, infatti, che comanda te e tu poi comandi
me”. Pazienza, si alzò, nella sua vita parallela, e passò l’intero pomeriggio a
far le ombre cinesi al pupo…
mercoledì 29 gennaio 2014
lunedì 27 gennaio 2014
I giorni della merla
Fa un gran freddo in questo scorcio di gennaio che pattina
- o almeno così lo vedo io con gli occhi dell’anima - in berretto e muffole, la
sciarpa rossa al vento, sul lago ghiacciato di Dobbiaco che mi fu caro per un’antica
passeggiata tra i cavalli selvaggi, nel gelo bianco dell’inverno profondo, con
Mahler nel cuore, fianco a fianco dell’uomo che ho scelto per compagno di vita
e che ancora, e quanto ringrazio, mi è vicino e caro. Erano tempi, quelli,
ancora italiani e si pagavano gli sci a nolo con le lire agli altoatesini che l’italiano
lo parlavano sì e no, ma tanto fa, i canederli sono buoni e anche gli
gnocchetti di spinaci conditi con lo speck…
Fa un gran freddo, in quest’Italia che sembra
dibattersi in una strana crisi che pare non finire mai, mentre la colombella
bianca del Papa finisce tra le grinfie di un corvo nero e poi, pluffete, in
pancia a un gabbiano, l’Italicum potrebbe pure fare la fine dell’Italicus e
persino Massimo Ranieri, e lo dico con il cuore in terra, delude (almeno la
sottoscritta) duettando con chi non lo meriterebbe. E nomi, badate bene, non ne
faccio ché seguo il detto latino del dicere peccatum non peccatores. Insomma
sono qui e non so che cosa fare; se uscire nell’ovatta fredda a comperar panis
e perna oppure se restarmene in casa a cucire una bennibag e mentre penso e
ripenso e srotolo il pensiero facendone altri quattro, dico garrula, in passo di danza, e anche un poco professorina, a mio
marito: “Lo sai, questi sono i giorni più freddi dell’anno e sono i giorni
della Merla…”. E lui, che è già immerso nel lavoro, in un grugnito: “Meglio i giorni della merla che i soliti giorni di mer…”
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| Nel mio cuore sabino... |
giovedì 23 gennaio 2014
Sotto i bombardamenti
Questa mattina, sotto
un cielo di polvere, nella luce bianca di una giornata qualsiasi di gennaio,
avevo un appuntamento colorato d’oro al sapore della suprema felicità, lì dove
la via delle Quattro Fontane crea la croce sacra, appunto, delle Quattro
Fontane. Di buon’ora, fresca, dopo una notte serena passata in gioia con le mie
gallinas albas, eccomi pronta a salutare chi, per me, è cuore e anima del
mondo. E grazie, dico grazie e, con la mia felicità rotonda, tutta quanta
inzuccherata di mistero, auguro lo stesso a tutti, nel bel cammino di questo
mondo e della nostra povera Italia (che amo) che mi par dibattersi, infelice, con i piedi
in aria e il capo a ruzzolar per terra…
E dopo, con il cuore
ancora pieno di lucciole nel buio, sono andata a San Carlino che, come saprete,
è una piccola chiesa e uno scrigno borrominiamo di raccoglimento e di bellezza.
In alto, lassù, la colomba bianca dello Spirito Santo in gloria, nei ricami di
fiori e foglie d’acanto che fanno un girotondo, accompagnando l’anima in
paradiso. Poi, via a casa, per metter un poco di sale nelle mie dorate stanze.
E mentre me ne tornavo a casa, col capo negli arabeschi in cielo, mi viene incontro una signora che
conosco e ci fermiamo a dir quelle quattro parole in croce che sono il
condimento della quotidianità. E mi racconta, e non so neppur perché, che da
piccola, una volta, i suoi fratelli maggiori (che sono ben tre e crepi l’avarizia!),
asserragliati sul piano alto del letto a castello, la bersagliavano di cuscini
e animali di pezza e lei dai a chiamar la mamma che, invece, chissà dov’era e
che cosa caspita stava facendo, orecchie piene di farina. Insomma, marameo e il
bombardamento continuava. A occhi chiusi, la piccola sopportava, ahilei, il
gancio del destino, quando, d’un tratto, più nulla. Un occhio e poi l’altro e
la nostra vede un gran trambusto in cima al letto e gambe e braccia in
rivoluzione e poi, patapunfete: due
fratelli giù per terra, miseramente. Nel sapore di quella vittoria, ride e, tra
i fili d’argento, rivive in lei la bimba che fu, nella giustizia ritrovata,
regina…
lunedì 20 gennaio 2014
Quei minchioni
C’è un certo signore di
mio gradimento in una bottega all’Esquilino che è, per me, maestro di vita e
gran filosofo di scuola d’Aristotele. Con lui, che pare uscito, fresco, da una
satira di Orazio, mi piace scambiar due chiacchiere e, a volte, starmene in un
canto, con la scusa dell’attesa, mentre altri dicono la loro di politica (di
solito) oppure anche di quanto si sta male da che c’è l’euro e di come non si
arriva più alla fine del mese, col magro grano che c’è in casa ché neanche al
mercato si può andar col cuore lieve. Io, lì, zitta e mosca, in un angoletto col
taccuino acceso della mente. E qualche giorno fa, non mi ricordo né il mese né
il giorno, si organizzava, tra gli abitanti all’Esquilino, una fiaccolata
contro il degrado del Rione che, come si sa, è il cuore multietnico di Roma; la
cosa a molti piace poco perché la gente
di tutti i colori, che va e viene tra la piazza Vittorio e le vie dei
piemontesi, ha i propri usi e costumi che mal si accordano – a volte – con la
romanità. Dunque, così. Entra una signora di gran passo a portare un volantino per far
pubblicità alla fiaccolata che servirebbe ad accendere l’attenzione al
Campidoglio che pare, dice lei, addormentato tra il Tevere ed il Nilo, chiuso dentro al
Palazzo del Senatore.
E di su e di giù, la
nostra Giovanna d’Arco, via a squadrare i motivi della passeggiata incendiata al
lume della luna che sarebbe contro, insomma, all’ecumenico benvenuto a chi italiano
non è, senza scriminature e tagli bassi. E il mio filosofo niente, zitto e
seguita a fare il mestiere suo che dirvi non voglio e anche non posso. La
signora parla e spiega e mette virgole, punti e punti e virgola e si capisce
bene che è contraria allo ius soli che piace tanto a Matteo Renzi e ad altri
ancora e ancora. Finché dopo un poco il nostro sbotta: “Ma che nun ve lo ricordate
Caracalla? Fece tutti quanti cittadini romani, sissignore, ma sortanto pe’ fa
paga’ le tasse a tutti quanti; e pensaveno puro che fosse bbono, quei minchioni…”
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| Le mini bennibags... |
venerdì 17 gennaio 2014
Nella piccola bellezza
Avevo scritto, ma
qualche tempo fa - quando cioè della Grande Bellezza proprio non si parlava –
un piccolo post che si intitolava e si intitola, appunto La Grande Bellezza
(vorrei metterlo come link a questo, ma non so mica farlo, per cui, casomai,
bisogna cercarlo in soffitta…) – e vi raccontavo, e ne sono convinta anche
adesso che il film di Paolo Sorrentino è in profumo di Oscar e che non se ne può
più parlar così e così che ti mandano a quel Paese, che la storia del
Gambardella si regge con le pinze, che il finale fa persino sorridere, che pare, nella
trama, un temino smangiato, che la
pellicola pare solo un malinconico pretesto
per raccontar la bisanzio in cui siamo sepolti, nell’umanità vuota che la
abita. Insomma, a parte la bellezza di Roma, della mia Roma, quella sì eterna,
c’è poco più e l’Italia, poi, non ci fa una gran figura e a me, via, dispiace…
E ho pensato a questo e a come dobbiamo
sembrar tristi e decadenti noi italiani in America, proprio mentre, qualche
giorno fa, mi sono vista alla televisione “Felicità”, il trionfo tricolore in
Russia di Albano e Romina Power. Mai avrei pensato, e vi prego non giudicatemi
per questo, che avrei veduto, un giorno, anzi una sera, un concerto di Albano e
fino a notte in pigiama. Io? Io che sono
cugina di Bellini e Donizetti. Io? Io che sono figliola di Buxtehude. Io? Io
che vado a dormire ad gallinas albas. Io? Io, per Albano… E, invece, me lo sono
visto tutto intero, cantando l’italiano vero di Toto Cutugno e mi sono piaciuti
anche i Ricchi e Poveri e la brunetta ha sempre gli stessi occhi di stella di
quando i suoi anni eran verdi come gli occhi. Per non dir di Umberto Tozzi che
ho ballato nella gloria. E, insomma, mi è parsa quella Italia lì, perduta,
nazional popolare, in pantofole, migliore, e di molto, di quella desolante
sarabanda di anime vuote del film di Sorrentino. E sono andata a dormire col
cuore in alto, pensando a Rio Bo di Ada Negri, nella piccola, grande bellezza…
| Ecobennibag ad flores albos |
mercoledì 15 gennaio 2014
Cocco di mamma
C’è in tutte le
famiglie, e anche in quella numerosa assai dove sono nata io, un campionario
vivace dell’umanità. E ogni figliolo, per esistere nel mondo, immola il fiume suo silente per essere visto
ed esistere agli occhi inquieti di papà e mammà e così, per vincere la
trasparenza, mette una maschera e si fa persona. Già, non so se lo sapete ma in
latino (che è la nostra antica lingua madre, anche se la modernità vuol
metterla, assieme al greco, a ko e calano, ahimè, le iscrizioni al classico che
vien bollato come inutile e inutile non è…) vuol dire appunto maschera e quindi
ogni persona è più che persona, maschera, un personaggio scelto nel mazzo per
pavoneggiarsi nel gran teatro del mondo. Per motivi che dirvi non posso, a me
capita sovente di guardar dietro la maschera ( e quindi dietro la persona) e
vedo, chiaro in chi mi sta di fronte il bambino travestito in latinorum che
tutto farebbe pur di esistere ed essere riconosciuto non più soltanto da papà e
mammà, ma dall’universo mondo. Che è, poi, come dire votarsi all’infelicità
perché, nel gioco eterno delle reazioni, s’incontra sempre il fratello, con su
la mascherina sua, che intralciava i piani suoi bambini e si faceva re dei genitori,
alla faccia del suo annaspare matto.
Io, a volte, li vedo
questi bambini affannati a far di sé un capolavoro da essere ammirati, affamati
sempre di nuova gloria, in una fame che non finisce mai. E provo smarrimento e
compassione insieme. Ieri, uno di questi, in doppiopetto, pur di rovinar la festa agli altri, rovinava
anche la sua. Ho chiuso gli occhi ed eravamo, bambini, lungo la riva a Cala dei
Gigli e un gran castello baciava la spuma del mare. E lui, quello stesso di
ieri, ci saltava sopra a zompo, perché non avessimo noialtri quello che non
poteva avere lui da solo…
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| Le bennicards... |
domenica 12 gennaio 2014
Sogno e sono desta
Io, lo confesso, ho per
Massimo Ranieri una vera, grande venerazione. Lo sento, quando canta, cantar
dal fiume profondo e la voce sua di fuoco e acqua insieme ritornar, viva, nel
mondo in una grazia rotonda che non trovo in altri, mai. E certo non nei
cantanti di oggi che a me, spiace dirlo, sembrano tutti o quasi miagolare o
pigolare tra le note, staccati dalla fonte e tutti quanti con poche radici,
perduti nel gioco matto del sembrare che poco somiglia all’essere. Sicché,
sabato sera, potete ben immaginarmi attaccata alla televisione ché neppure un
secondo mi sono perduta di “Sogno e son desto”, dove lui, Massimo Ranieri, ha
cantato per tre ore buone, regalandomi una gioia d’oro, silente, radiosa nella
mia rinata primavera. Ho avuto, per Francesco De Gregori, poco trasporto (e
ricordo che piaceva tanto al mio Vittorio…) e di più, senza aspettarmelo, per
Andrea Bocelli che ricordavo alto e un ragazzone e che ho ritrovato, invece,
quasi timido, in una bella voce impallidita al pari dei suoi capelli di neve.
Me ne sono rimasta lì,
ben sveglia, io che sono solita andare a
dormire ad gallinas albas, perché uno che canta “Io sono un istrione” come lo
ha fatto, ieri, Massimo Ranieri è impossibile trovarlo… E mentre me ne stavo lì
nella mia piccola estasi televisiva, mi è venuto in mente, come in un’apparizione,
che una mattina di cielo terso, con un bel sole di grano a splendere sui buoni
e suoi cattivi, io ero andata ad ammirare Santa Teresa del Bernini in Santa
Maria della Vittoria. Esco, col dardo dell’angelo ancora acceso, e mi viene
incontro sul marciapiedi che sta in fronte a Santa Susanna un tipo smilzo, a
capo sghembo, lo sguardo basso come a proteggersi da occhi curiosi; era nascosto come da un gran cappello, che pareva una scoppola ingrassata di colore,
mi pare di ricordare, giallo canarino, a quadri larghi sul marroncino. Curiosa del mistero custodito così
gelosamente, lo guardo, da sotto in su, cercando di spigolare il suo segreto. Ed
era - io felice - proprio lui, Massimo Ranieri! Sogno e sono desta...
giovedì 9 gennaio 2014
Era San Marco
Va bene, lo ammetto,
sono qui seduta davanti al mio mini pc, gironzolando senza meta e invano nei
mondi virtuali della rete, ad aspettare l’idraulico che, come si sa, è oramai
il flamine del nostro tempo e che, nel mio caso, si chiama Mirko. E mentre
aspetto, paziente, a capo chino, in buon ordine, come ogni bravo italiano fa in
questi casi d’acqua e con il buon umore di chi attende la propria terra promessa,
vi racconto, tanto per passare un poco di tempo a fischiettare tra le mie
gallinelle bianche, che, durante le mie vacanze nordestine, me ne sono andata,
insieme con chi so io, in una giornata di sole d’oro e croccante di cielo di
bucato azzurro, a Venezia.
Ed eccomi ai Frari, condotta da un filo anche lui d’oro,
che, su e zò pei ponti, conduce i miei passi diritti davanti all’oro (ancora e
sempre) dell’Assunta di Tiziano. Seduta, in terza fila, nel silenzio che è mio
fedele compagno, nell’umiltà che si prova davanti ai capolavori, guardo lassù,
tra gli angiolini, alla Madonna che, in gloria, se ne sta nel suo paradiso in
cielo. E mentre lei mi par, festosa, tra le nuvole, chi mi accompagna brontola
che ha fame, che è ora di tornare a
casa, che il sonno cuce gli occhi e fa tremolar di panna le gambe. Faccio orecchie da
mercante e seguito nella mia visione, ma il brontolio non smette e anzi mi gira
e rigira a mo’ di mosca dentro e dal capo allo stomaco e ritorno.
Va bene, cedo. Si va a
mangiare quei tramezzini con la pancia piena che sono tanto veneziani da parere
goldoniani. E poi via, tra calli e campielli, in un rincorrersi di mercerie,
nella fiumana umana che ora compare e ora scompare, a seconda se la via è
abitata dalle botteghe oppure no. Io, con il mio brontolone, seguo le strade
più deserte, deserti luoghi d’anima, e cammina e cammina, in un dedalo allegro, e par che non si
arrivi mai. D’un tratto, dal nulla, compare in uno spicchio di cielo in quadro come un gran ricamo bianco, di guglie al sole, di sguincio, in gloria pure lui e io, al mio piccolo compagno: “Oh guarda che
meraviglia di chiesa; è la Madonna in paradiso!”. E lo confesso a voce bassa,
sbucando nella piazza che tutti conoscono, almeno in cartolina: era San Marco…
domenica 5 gennaio 2014
Lungo l'Orientale sarda
Al chilometro tal dei
tali dell’Orientale sarda, proprio di fronte a un paesetto sul quale, alto sul monte, incombeva e incombe
un masso che io, bambina, tremavo al solo pensiero di alzar gli occhi a
guardarlo, c’era (e c’è anche adesso) un posto di ristoro che allora era di un
signor Mario e ora, credo, di suo figlio, ma gestito da altri che non conosco e
ragazze con gli shorts corti così e allegre e niente affatto sarde. C’era il
bar (latte a lunga conservazione e buondì Motta soltanto e un posto per telefonare) e, accanto, un
negozietto dove noialtri Ponti – ché allora mica c’era l’Auchan e forse neppure il
Dettori di Porto San Paolo – si faceva, a giorni alterni, la spesa. Andavo con
mia madre a Vacci e poi dal signor Mario, che era un tipo piccolo e magro, con
due occhi vispi e la mano destra sempre pronta a regalare le mou alla panna,
nella loro carta plasticata color cielo, che si scioglievano, in delizia, in
bocca. Per me, un paradiso.
Andavamo, mia madre ed
io, a sceglier il Dolcesardo e il pecorino e poi anche la frutta che, un poco
stenta, se ne stava in canestre diverse ad aspettarci, chiamandoci, susine e
perette, come buone amiche. Si doveva poi andare alle Poste, al fermo posta anzi,
a verificar che non ci fossero lettere importanti per mio padre che ne
aspettava sempre, cascasse il mondo, ma loro mai. Per andare alle poste, si
attraversava l’Orientale che allora non era come adesso un’autostrada a un’unica
corsia. Ricordo, ricordo come fosse accaduto domani, all’Epifania, che, mentre
mia madre faceva la coda agli sportelli, io me ne stavo seduta sugli scalini ad
aspettarla e il sole mi cucinava la schiena e i capelli biondi. “Perdutta sei?”,
mi domandò una signora un giorno. “No – risposi – sono Ester”. Nel riso di lei,
finì la mia avventura, mentre scoloriva la mattina inghiottita dall’oro del
Mezzogiorno…
giovedì 2 gennaio 2014
Un caldo porco
Corre, corre l’Italia,
dal finestrino della Freccia che mi riporta a casa. Corre, l’Italia, tra le
mammelle dei Colli euganei, tanto cari a Petrarca e anche a me; corre nella
nebbia velata, che pare fiato di strega a fare il suo incantesimo di sonno sulla
piana di fumo e di terra, che già volge le spalle al Veneto, nell’incedere
pigro della bella Emilia; corre e già il grande fiume che amo mi saluta, in
festa, al passaggio: “arrivederci, arrivederci!”, mi dice nel suo lento
trascorrer di acqua e di vita; corre, la mia Italia, tra le colline dolci di
Toscana e laggiù, in lontananza, un sole si leva a sorridere su Orvieto che
custodisce, nel Duomo, il suo bel Luca che, un tempo, era anche mio. Corre, la
mia Italia, davanti agli occhi di chi l’ama (i miei), di chi si è innamorato
(quelli canadesi di una simpatica signora di gusto - una simpatia negli occhi
di pepe - che mi è seduta accanto) e quelli di chi ha trovato in Italia una
nuova casa. C’è, infatti, seduta in tredici poltrone una famiglia di cinesi.
Capire le parentele non so, vattelapesca, ma so che parlano nella lingua
mandarina e io, che so dire appena grazie (xiexie) e arrivederci (zhaitien),
ascolto quel loro chiacchierare in toni di salita e discesa che mi capita
sovente di udire durante le mie passeggiate solitarie all’Esquilino. Ci sono
anche due vocine cinesi di bimbi. Arriva il controllore. Presto, presto,
bisogna tirare fuori i biglietti (e io non ricordo mai dove li ho messi) e
mostrarli, di grazia, nel loro splendore. La mamma cinese, in italiano: “Si
potlebbe spegnele un poco liscaldamento. Bambini soffle…”. “Va bene, va bene”,
fa l’uomo in berretto. Anche se c’è chi siede con su il piumino. E
mentre il controllore controlla i tagliandi di viaggio, si ode forte e chiaro
il bambino cinese: “Mamma, non sai che si dice qui fa un caldo porco?”. Nell’Italia
che va, indossando tuniche rosse e di seta, non uno, nello scompartimento,
neanche chi faceva il sudoku o un cruciverba senza schema, riusciva a
nascondere un sorriso e una risata composta…
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