Davanti alla finestra che si apre sul verde del piccolo giardino dalla stanza che mi è assegnata da mia suocera, ogni Santo Natale, c'è una casa dal tetto basso, tutta quanta rannicchiata sotto il peso del grigio cielo patavino; una delle tante, sarebbe, nell'assonnato orlo cittadino di questa Padova elegante, che si accende nelle sue piazze di allegria di bancarelle e bicilette Sì, sarebbe proprio una delle tante case, in stile anni Settanta, cresciute in quei tempi felici là, lungo la Via Tiziano Aspetti, se non fosse che questa casa qui si porta in testa un comignolo color cotto che, per via dei buchi dello sfiato pare una faccia allegra che, al mattino, nell'alzar le taparelle, mi guarda con un sorriso largo e sembra, da lassù, augurarmi una felice giornata. Così, ci salutiamo, io e lui, in lieto scambio di simpatia, anche quando, si sa, i pomeriggi dopo la festa, silenti nel respiro della fata della Bella Addormentata, paiono lunghi come partite a Risiko e a me, sincera, mancano il viavai ciarliero dei Monti, la mia macchina da cucire e persino gli operai che, nel cortile interno di casa mia, paiono sempre al lavoro, indaffarati a chiamarsi per nome.
Se mi prende quel nocciolin di malinconia, scendo a scivolo giù in camera e saluto il mio comignolo, tutt'occhi e bocca sana, che mi rimanda un luccicar di gioia, nel vezzo suo che stona, si direbbe, con le linee austere dell'architettura che lo ospita. Ieri, lo guardavo fisso e. d'un tratto, mi è parso, senza scherzi, di vedere affacciato alla finestrella il nanetto da giardino, un Cucciolo dipinto di giallo e turchino, che se ne sta di solito, un poco infreddolito e stento, proprio davanti all'uscio di casa di mia suocera. Mi sorridevan, dunque, Cucciolo e comignolo. Chiudo gli occhi, li riapro: non c'è più. Scendo a precipizio giù in giardino e, oddio, Cucciolo non c'è più a far da sbiadita sentinella. Cucciolo non c'è, ma c'è mia cognata chinata in due a ridare un poco di sole al giubbino e una pennellata di cielo al berretto del triste (per me) nano da giardino...
mercoledì 26 dicembre 2012
sabato 22 dicembre 2012
Sotto la neve
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| Nel candore dei boccioli di rosa, BUON NATALE! |
martedì 18 dicembre 2012
Shopping in Via Condotti
Per comperare qualche
pacchetto da metter sotto l’albero per cognato, amici, suocera, ieri mattina,
insieme a mio marito, a braccetto, in volo, come facevamo ai tempi in cui
eravamo sposetti e non, come ora, insieme da quasi due lustri, vicini, quasi
tutt’uno, al punto che ci si capisce con un solo alzar di sopracciglio; ce ne
siamo andati, dicevo, in centro, tra la piazza di Spagna, che reca, nel bel
mezzo delle scalinate un cono verde che dovrebbe essere un albero di Natale e
che invece fa venir voglia di dare un poco d’antibiotico ai gradini per
estirpar la malattia verdastra e la Via Condotti; insieme, con un mucchio di
pensieri impacchettati e messi sotto l’abete, io e lui. Prima nei negozi poi,
io e lui, seduti in piazza San Silvestro che era un via vai d’autobus e che
ora, stirata in un color sabbia triste come un deserto, pare la sala d’aspetto sotto
il cielo di una stazione russa. D’un tratto, come un miraggio, il nostro ex
capo redattore. Io, non lo vedevo da più di tre anni e rivederlo non mi ha certo
punto commossa… Poi, via, verso nuovi negozi, questa volta per me. Siamo in
autobus, diretti e filati verso la Piazza Venezia, quando una certa signora con
un’aria un poco così, ad alta voce, parlando al cellulare, chissà con chi e
forse con nessuno, dice: “Sì, sì, sono qui, in autobus, seduta vicino a Vincenzo
Salemme, sì, sì l’attore. E’ un mio amico! Ma come, non lo sapevi?” Vincenzo
Salemme? Le occhiate si perdono negli occhi altrui, in uno sbigottimento
generale. E lei, la protagonista, incalza, sempre al telefono: “Ieri? Oh ieri
ero a Firenze, ho fatto il viaggio con Matteo Renzi? Sì, sì, proprio con
Matteo? Un simpaticone”. Ronzan le battute, qualcuno ridacchia, altri stirano
le labbra per non mostrar l’anima che esplode. Mio marito e io scendiamo. E lui
mi fa: “Ora hai capito perché preferisco starmene a casa…”.
Un altro Natale
| Una rosa per un Buon Natale! |
domenica 16 dicembre 2012
Buon Natale!
All’otto di dicembre,
in casa mia (come anche nella vostra, almeno credo) si fanno il presepe e l’alberello;
in casa mia, poi, da un cesto custodito nella pancia dell’armadio tirolese
color cioccolata e zabaione, di nonna Stella (che ora è, di grazia, mio) vien
fuori un disco di Christmas Carols, verde abete, come il libriccino dove si
posson leggere le parole, che fan, in una corona d’allegria d’anima, da colonna
sonora all’attesa mia, all’avvento che, silente, misura i giorni che mancano
alla discesa della luce in questo mondo di tenebra…
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| Ecco una bennibag fiocco di neve per un caldo Natale! |
venerdì 14 dicembre 2012
Tortelli alle spezie
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| Ancora una benniposh |
Scendevo verso la
Madonna dei Monti, dalla stazione, dove ero andata a comperare i biglietti
del treno che mi porteranno, per le vacanze di Natale, verso Nord, lasciata la mia Roma bella a certi
amici cari che vogliono far due passi con Cesare e Pompeo, casomai anche nel
cuore barocco di Pietro e di Paolo; scendevo, dunque, e in testa, arrotolato al
modo di turbante, il tre per due dei regali a questo e a quella, nel pensiero
del desiderio altrui che è sempre un mistero grande. Tutta presa dal filo mio,
scorgo in lontananza, con il terzo occhio che a volte è aperto e altre, invece,
no, un certo omino vestito d’arancione che, in quel via vai di passi
frettolosi, vestiti di nero, marrone e grigio, pare nelle sue vesti sciolte color zucca un
piccolo sole appena sorto nel grigiume dell’asfalto. Danzano le vesti sue,
scodinzolando tra le gambe scure, ma io, un’occhiata distratta, e via, sono già
all’altezza del Despar e lui, a occhio e croce, come si suol dire, è ancora
davanti all’Ibs. Cammino verso il largo di Magnanapoli, per girare poi a
sinistra lungo la Via Milano che si tuffa sulla destra nel tunnel per abbracciare poi, in fondo alla Propaganda Fide, piazza di Spagna. Penso: una De Casalis a Michelle e, per Jane, la Morante
tradotta, ohimè, nel lontano 1948. A Lisa una bennibag, che ancora non ne ha mai avuta
una; per Lydia non so. Perduta nel girone dei doni natalizi, mi ritrovo a
saltar l’incrocio in Via Milano ed eccomi, passato il semaforo che parla per
fischi ripetuti, proprio in cima a Via del Boschetto, scomoda come sono scomode
le strade senza marciapiede. Sono lì pronta a lasciarmi alle spalle la Via Nazionale, tutta quanta larga e piemontese, nella lottizzazione De Merode, per infilarmi nelle scure straduzze della Roma papalina, che avevan nomi popolani e sobbalzi e anima, quando mi sento afferrar
per una spalla. L’omino arancione, con il suo bel terzo occhio disegnato sul
ponte del colmo del naso, da un occhio all’altro, mi fa, con un accento al ragù
di Bologna: “Oh guarda che noi siam vegetariani. La carne non la mangiamo mica
e neanche le persone…” E mentre mettevo il mio tondo euro nella ciotolina sua
mi sono ritrovata occhio nell’occhio - il terzo - con lui, in una delizia indù,
al profumo di sandalo e di curcuma, in un girotondo di tortelli alla zucca
modenese…
giovedì 13 dicembre 2012
La fine del mondo di Lorenzo
Oh che siamo tornati al
Medio Evo, con la paura dell’anno Mille, mi chiedo, al mattino presto, quando
in cento e più modi mi sforzo a ingranar col caffelatte la marcia della mia
vita quotidiana, mentre in televisione questo e quello e pure quell’altro, con le facce di plastica e occhi
atteggiati alla paura, fan cento e più congetture, con interventi degli
esperti, sulle previsioni dei Maya, sugli allineamenti degli astri e su una
sequela, per me, di corbellerie che mi paiono senza capo né coda e pure senza
senso. I Maya, poveretti, lasciamoli al destino loro ché neppure si sa quale
sia stato. Scomparsi, forse inghiottiti da una astronave, perché ci dicono
persino, dalla Russia, che gli alieni sono tra noi e che per, capire come
funziona il busillis, occorre rivedere man in black e magari pure indossar gli
occhiali neri di “Essi vivono”. A me sembra di aver vissuto, giovanetta, tempi
migliori, con adulti che erano adulti e non pischelli a inocular pane e
adrenalina al prossimo…
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| Una benni posh |
Perdonatemi lo sfogo, che pure mi permetto perché è Natale, sta per scender dalle stelle Israello e noi,
invece di aspettarlo, con la luce nel cuore che si accende nella speranza di un
mondo migliore, siam qui a fremere, agitati, per una data, tutta dodici o al
contrario, e che abbiamo, diciamolo qui, inventato noi, di sana pianta, ché
mari e monti non hanno né età né storia e neppure dopostoria. Il mondo, con
buonapace nostra, cammina per la strada sua, come sa bene Lorenzo, che gli anni
li conta sulle dita di una mano e che, or sono due giorni, mi ha detto, con un
sorriso largo: “Vado dalla nonna per Natale, dopo la fine del mondo…”
mercoledì 12 dicembre 2012
La luna a Cala dei Gigli
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| Girgolu a Cala dei Gigli, bianchi come la luna |
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| Ttante benniposh, tutte già vendute! |
martedì 11 dicembre 2012
Solo una scintilla
Vivo nella culla del
mito. Per me, Dioniso e Medusa e poi Minerva e anche Semele sono vivi e
respirano nelle pieghe della loro storia, silenti, veri, profondi, perduti nel
simbolo eterno, rosa del mondo, invisibili ai più, coperti come sono dal rumore
dell’eterna infelicità umana che si consuma nella corsa quotidiana, banditi i bagliori incerti dello spirito, nel nume dei
lumi. Di spirito vivo, essi antichi e moderni, indicano la strada, se solo ci fermassimo ad ascoltarli...
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| Alla fonte... |
Pensavo a questo e ad altro ancora, ieri, mentre me ne andavo, sotto una pioggia di Giove, a trovare una certa amica che ha preso per sé un cagnolino, nella
rete dei volontari che salvano cani e gatti dai loro destini. La Winnie è una cagnetta da riproduzione. Deve aver avuto non so più quanti
cuccioli se pare, a vederla, tutta pancia, per musetto una pigna, gli occhi di sotto in su. Alla Winnie, per esser felice, basta un
cuscino e diventa ciambella. Noi a chiacchierare. A me, un caffè
di spuma di latte che mi fa pensare ad altri inverni.
Siamo lì, con le benniposh in mezzo; la Winnie, ogni tanto, mendica un fiato di
attenzione, con le zampette a raspar sul divano, tra noi, poi, con la carezza
in corpo, torna a farsi rotonda, di pane, sul divanetto suo. D’un tratto, la
cagnolina si alza e, stesa sul dorso, prende a far il serpente. Di qua e di là,
in un attorcigliarsi scomposto che è, per me, festa d’armonia; lei, come una baccante, starnutendo i
suoi etcì di puro piacere. “Ma che cosa fa?”, si chiede stupita l'amica: non rispondo, tengo per me il segreto: Winnie sta vivendo; sta vivendo nella scintilla che la percorre, che ci percorre...
domenica 9 dicembre 2012
La vita in lavatrice
Ho messo la mia vita in
lavatrice, come si fa con i panni e le lenzuola, per lasciar che la candeggina profumata
dallo spirito e il detersivo ai fiori selvatici della consapevolezza lavino via
quel che l’anima non contiene più, facendo bianche certe verità nere, che a
lungo sono rimaste ombre, laggiù nel burrone dell’inconsapevolezza, e ora non
più. Nel perdono, ritrovo la via e il mio zaino, pur ancora pesante, mi pare
più leggero alla salita, lungo il mio sentiero alpino, come dopo un pic nic consumato
in vetta, grattando il blu del cielo, quando il cibo, sacro, si è fatto energia
e carne e sangue e anche spirito.
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| Tavolara vista da Cala dei Gigli e dagli occhi del cuore |
Ho messo la mia vita in
lavatrice, ma anche i panni e le lenzuola della settimana e siccome il sole
freddo di dicembre bacia, giallo zafferano, la terra e la vita nostra, eccomi a
stender le cose sul filo che corre, ballerino, dalla finestra della cucina a quella
dello studio, lungo un affaccio che guarda diritto in faccia a due o tre camere
d’albergo. Appendo, concentrata, il copripiumino del letto di Leonardo e le
camicie di Antonio, che paiono vele da quanto grandi sono. E le mollette reggono
tute e calzoni in un allegro tenersi per mano che mi regala l’illusione del
cosmos, nell’armonia di biancheria e pianeti, distesi sulla voragine del terzo
piano. Sono lì, con una maglietta tra le dita quando, la mano si quaglia, non
so neppur io dire perché e giù, a paracadute, nel cortile interno dell’albergo.
Oh no, mi dico e correr a prender il mio amo da polipo per ripescar la roba mia
è tutto in uno. Immaginatevi ora la scena di me che, con la perizia di un
consumato pescatore, calo il mio amo tra i fili della biancheria miei e dei
piani di sotto, in uno zigzag a cuore acceso, per toccare il fondo e acchiappar, tra gli aghi, la maglietta.
Tutta quanta in me, olè, presa! E mentre tiro su la preda, trasecolo nel sentir
lo scrosciar di un battimani. Alzo lo sguardo sui turisti che, a grappolo, affacciati sul balcone, son stati
testimoni della mia battuta di pesca alla maglietta…
sabato 8 dicembre 2012
Amor vincit omnia
E’ bello, al mattino
presto, quando il cielo pare ancora umido di vita primigenia, come appena
uscito dall’acqua sacra della creazione, ritrovarsi per la strada, al modo di
un viandante che se ne va senza meta, rincorrendo soltanto l’istinto suo, quell’anelito
di libertà che fa venir voglia, almeno a me, di cantar Panis angelicus oppure,
anche una cert’aria di Vivaldi che mi par benedizione d’anima. Ieri, vigilia
mia, me ne sono andata, sola soletta, a comperar le paste di Regoli all’Esquilino
e poi, più in là, a ritirare un certo pacchetto il cui contenuto preferisco
tener cucito nella tasca del mio cuore. Via Giovanni Lanza invitava alle danze,
larga, color grigio argento, nel silenzio dell’ora giovane, salgo al passo di
Atalanta e su su fino a Via dello Statuto, dove abitavano - mamma mia, ricordo
ancora a memoria, a scioglilingua, il loro numero di telefono… - tre fratelli dal cognome marino
che erano amici, tre in uno e uno a testa, miei, di mio fratello Marco e anche di
Sara. Passo davanti al gran palazzo ocra dove abitavano a non so più che piano
e sono già in pasticceria: bignè al cioccolato, alla crema, alla nocciola con
su una glassa densa che si attacca al palato e alla gola. Fatti due o tre passi
nella bella piazza Vittorio, sono già di ritorno, verso casa e già che ci sono,
eccomi sulla Via Merulana, nuda di alberi, lì dove, chiara, appare in fondo,
come una visione di bellezza pura, Santa Maria Maggiore, la chiesa della neve d’agosto.
Cammino in mezzo a un gruppo di ragazzi che, invece di esser a scuola, sono a
spasso. Le ragazze, belle, petulanti, col sole in fronte, con certe minigonne a lasciar libere gambe e inguine. Più avanti,
lungo il marciapiede, un piccolo nomade, appoggiandosi a una gruccia, chiede l’elemosina,
con due occhi che paiono di cane triste. Allunga il cappello verso una signora
corpulenta che ha tuffato la mano nella borsetta, ma poi, oppete, ecco, passa la
gazzella, con le sue gambe al vento, falcando il grigio marciapiede; il ragazzo
zingaro (che gli ormoni deve averli a posto e, secondo me anche le gambe…), d’istinto
si gira a seguir con gli occhi vivi, rinati come sciacquati dalla sorgente della vita, la giovanetta e pling, pling, pling, le monetine saltellan sull’asfalto… Amor vincit omnia, rido e via per la mia strada.
giovedì 6 dicembre 2012
La mia Notte Santa
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| Un piccolo Dioniso, di Paestum, bello come un Gesù Bambino |
Del presepe, niente, ma la lavanderia, gelida, gialla, cugina del grande giardino dove fratelli miei erano gli alberi silenti, con il loro gran cappello di aghi verdi, invernali; la lavanderia, dicevo, si riempiva delle torte che mio padre donava ad amici, conoscenti, parenti, committenti suoi. Erano tante, rotonde, cassate siciliane, che chiuso nello smeraldo dell'incarto loro, nascondevano il bianco della neve di zucchero, il verde della pasta di mandorle, i frutti canditi. La lavanderia foderata di quel verde di pasticceria (che pure mi schifava in bocca nei sapori stranieri...) sorrideva dolce, felice, e diventava di festa e di mondo anche lei, in quell'erba zuccherina, finché, consegna oggi e consegna domani, non tornava nuda, lei come me nella sacra Notte dell'eterno ritorno.. Lei come Israello. Nuda, ma forte, di vita profonda, vera, di fronte al mondo travestito di luci. E io, come lei.
lunedì 3 dicembre 2012
Scrittori e scrittori
C’è, sulla sinistra, a
filo con la porta San Giovanni, lì dove le mura color terra di Siena, ricamano
un margine alla Città Eterna che di margini non ne ha più; c’è, dicevo, un
giardinetto pettinato, lungo lungo e magrolino, con le sue belle panchine a
rincorrersi nel sole del dopopranzo e le giostre versicolori per i più piccoli,
che, chiudendo l’occhio mancino (immerso nel rombo delle automobili che
ruscellano giù dalla Basilica di San Giovanni, lungo la via tal dei tali), a correr con lo
sguardo sinistro fino alle torri della Basilica di Santa Croce in Gerusalemme,
regala l’illusione di vivere nel silenzio d’ovo di un quadretto di Roma
sparita. A valle, giù per lo strapiombo, un tappeto d’erba verde che è armonia
pura abbracciata com’è al cotto dell’opus reticulatum delle mura. E in
lontananza il campanile romanico della Basilica dell’orto… Ecco, temperando l’occhiata,
resa aguzza dall’anima, mi par di vedere appressarsi dondolando sotto un sacco
un carbonaio stracciato con la faccia di Alberto Sordi e, più in là, il
marchese del Grillo, con i suoi valletti di velluto…
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| Il tuffatore di Paestum, nella sua scarna bellezza |
Cammino, avvolta in
quel sogno tutto mio, mentre il sole di dicembre è di stagnola d’oro, già
pronto per celebrar l’arrivo del Bambino, con la nuova luna. Cammino e, di qua
e di là, ci sono fotografati i protagonisti di questo nostro presente. Una
coppia di anziani, lei e lui, seduti e mesti dan briciole ai piccioni; una
mamma carica di pensieri cerca di inseguir la birba sua, due ragazzi si baciano
mentre un terzo lancia lontano, a valle, gli zaini loro… D’un tratto, disegnato
sulle mura, a lettere giganti, leggo: Trucido 2012, bum, per terra e, con un
sorriso, ricordo un pomeriggio in cui la mia unica nipote (che ho tirato su
come fosse figlia) mi comunicò che si era fidanzata con uno scrittore. Bene,
benissimo, le dissi, e che cosa ha scritto, mi informai. E lei, esultante, innocente: “Tutte le scritte alla fermata Ponte Mammolo!”
domenica 2 dicembre 2012
Il sole all'Ikea
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| Vi presento le mie benniposh.. |
Oggi, eccomi, perduta
tra la folla di visi e gambe di persone che fanno il giro completo, recando
carrelli colmi e bimbi appesi, dell’Ikea Porta di Roma. Li osservo mentre
scelgono, in trilli di risate, e comprano e pagano, tutti quanti ordinati in un
serpente, invece, disordinato che si attorciglia tra la merce, in un aprir e chiuder
varchi dove io m’infilo dopo aver tagliato a metri le stoffe per le mie
bennibags e per le mie (nuove) benniposh, per poi emergere, libera, nel
piazzale grigio dove il sole di questo amato dicembre, il mese mio, il mese
degli arcieri – pare farmi una riverenza da lassù... Osservo gli stessi di
prima, o diversi, ma uguali, salir, a gregge, in solitaria, a braccetto, in tre
per due, nello strozzo delle scale mobili che conducono alla bocca del centro commerciale.
Entrare e passeggiare è tutto in uno, mentre i sogni
si fan realtà nelle vetrine di Accessorize, di HM e questo e quello, dove si sfarinano i valori antichi,
regalando a noi moderni l’estasi del desiderio, l'illusione della felicità. Io, con loro, su e giù, in un
volteggiar di mal di testa che va e viene come la marea umana che mi investe. D’un
tratto, mentre son lì che faccio la corte a un paio di stivali neri, mi sembra di
vedere, tra la gente, una faccia nota color panettone di Milano. Giro
gli occhi, lancio lo sguardo al pieno; sì, è proprio lui, Mareggi: cammina
a schiena anche troppo dritta, il collo stretto in una sciarpetta turchina. E’
lui, è proprio Mareggi, un collega, un giornalista sportivo che lavorava con me
or son sei anni. Vorrei chiamarlo, ma il nome non lo so. Nessuno lo chiamava
per nome: era Mareggi e stop. Sempre abbronzato, con un naso che arrivava in
tempo agli appuntamenti, Mareggi parlava, tartagliando, il romanesco. Parlava,
si fa per dire. Perché per lo più taceva, facendosi bellamente i casi suoi. Un
pomeriggio di un’estate grigia, lo ricordo come fosse accaduto ieri, entrò
nella stanza mia e di Carla e, senza dir ciao o altro, sbottò, nel balbuzio
suo: “Uuuunn eestate seeenza sooole è cooome una donna seeenza culo”. E poi addio.
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