Prendo
la metro A, dove, imbavagliate e mute, gli occhi imploranti, le persone di
tutti i colori e di ogni forma possible e immaginabile, nello splendore delle
creature, se ne stanno chine ognuna sul suo cellulare a picchiare sui tasti. E’ accecante,
fuori, il sole nel dopopranzo acceso d’estate e un refrigerio scendere nel
ventre della terra, su e giù per le scale mobili nel dedalo metropolitano. Vuoto il vagone, poche le parole. La metro sembra volare nel buio. Giunta alla meta, nel Piazzale dell’Anagnina, salgo sull’autobus
500 che mi condurrà alla meta e a comperare un regalo per chi amo. Scampoli di
città, qui e lì, nei palazzi ben tesi affacciati sul nulla. Più in là, i colli verdeggiano, inseguendosi, come cavalloni nel mare e sono i castelli romani... Biondeggiano in
finte spighe i campi riarsi, che sono anche parchi urbani, e il mio pensiero vola agli antichi romani, I progenitori,
che nel mare di spighe ondeggianti al ponentino romano vedevano il sacro fuoco
di Vesta, innalzarsi verso il cielo ed è per questo motivo che noi chiamiamo
estate l’estate. Un dono antico della dea Vesta che è rimasto nella parola che,
come si sa, è potente e profondo richiamo all’anima vigile e attenta.
E
mentre io me ne sto immersa nel giallo della terra e nell’azzurro del cielo, il pensiero allacciato
lassù, un bimbetto rotondo, fasciato in una tuta pur brutta ma che lo rende visione di tenerezza e realtà, e tanto simpatico che vorrei stampargli un bacetto
in fronte senza neppure sapere il suo nome, esplode di gioia in braccio a sua
madre, con tatuaggi della Bella e la Bestia a risalirle un braccio intero, dice: “Mamma,
siamo arrivati! Posso andare a ringraziare l’autista”. Sì, sorrido, tornando coi piedi sul piancito, vale proprio la pena di
vivere in questo mondo a testa in giù!

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