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giovedì 21 novembre 2019

Avventure in Cinquecento


Anni orsono, prima che, stanco, mio padre facesse le valigie definitive per l’oltre sconosciuto, mi regalò la sua vecchia Fiat Cinquecento che era allora davvero “young” come recita il nomignolo datole dalla casa torinese che oggi porta l’inaccettabile, per me, nome di Fca (che in italiano suona davvero male…). Più di vent’anni dopo, tutt’altro che young, la mia Cinquecento è ancora la mia fedele compagna di viaggi, escursioni, gite al supermercato e altre amenità tutte mie e sue, nel segreto accordo che ci conduce. Tutte le spese a suo carico, bollo, assicurazione, revisione, permesso per il centro storico, sono sempre state da me pagate con affetto e riconoscenza perché le sue ruote sono le gambe mie in un senso che soltanto lei e io sappiamo. E mai si è sognata di lasciarmi a piedi nei lunghi anni di sodalizio!
Ebbene, dunque, essendo oramai la mia Cinquecento bianca in là  con gli anni, qualche volpone mi ha suggerito di informarmi perché, con occhi rotondi, “puoi non pagare il bollo!”. E così io che sono per natura esploratrice, sono partita alla scoperta del magico mondo delle auto d’epoca che non pagano il bollo. E ho scoperto, ticchettando sulla mia tastiera che esiste un sito apposito dove informarsi. Al quale, naturalmente, ho scritto. Il gentilissimo interlocutore mi ha spiegato che, evviva evviva, l’informazione era esatta e che per ricevere il mio bel “certificato di rilevanza storica” dovevo rivolgermi a una officina specializzata che avrei trovato alla pagina tal dei tali del sito loro. Passo dalle parole ai fatti e, trovato il numero, l compongo senza por tempo al tempo. Mi risponde un laconico signore. Trillo tutta la mia storia, spiego che sono la proprietaria di una Cinquecento che conta tante primavere e che vorrei ottenere da loro il certificato tal dei tali. Mi ascolta paziente e poi mi chiede¨”Quanto paga di bollo”. Rispondo la cifra. E lui: “Cinquanta euro in meno di quanto costa l’iscrizione obbligatoria alla nostra associazione”. E senza attendere una mia risposta il telefono ha già fatto clic…

sabato 16 novembre 2019

Cuore sacro monticiano


Nel Rione Monti dove abito, scrivo i miei piccoli libri e taglio e cucio le mie bennibags, c’è tutto un mondo segreto fatto di chiese, Madonnelle, oratori. E’, penso io, il cuore della Roma papalina che batte e batte, nascosto, prudente, segreto, nel cuore del cuore di Roma inondato di macchine e di traffico romano e straniero. E il mio cuore, chiuso nella sua soffice sciarpa d’oro, batte insieme con lui. Sul fianco della bella Chiesa dedicata alla Madonna dei Monti, ad esempio, lì dove il lato della chiesa affaccia sulla piazzetta che è centro del Rione, dove fiorisce nell’acqua pura la fontana dei Catecumeni, c’è un mosaico in forma di graziosa Madonnina che, fino a poco tempo fa, era deturpata da una fila di bidoni della spazzatura che grondavano rifiuti, in rivoli di sporcume. Ebbene, qualche giorno fa (e non vi dico chi ha scritto tante e tante mail all’Ama sull’argomento…), la Madonnina, che è patrona del Rione, è tornata a splendere, liberata. In gioia mia e anche di Aldo Maria Valli che che aveva visto lo scempio...
 E poco più avanti, al numero non mi ricordo quale della Via dei Serpenti, dietro un portone qualsiasi cui si accede salendo due gradini, vivono le oblate della Pro Sanctitate che custodiscono con amore il luogo dove morì, nel Cinquecento, San Benedetto Labre, che era un senza tetto, un mistico, e un pellegrino (avendo egli percorso nella sua breve vita 40 mila chilometri, da Roma a Bruges e fino a Santiago di Compostella). Chi ne avesse voglia può suonare per salire nella stanza, che era casa del macellaio del Rione, dove il santo morì. Un Santo straccione, moderno, tutto quanto proteso nel cielo, che è raffigurato, morente, nel giorno del transito in cielo. E, uscendo poi lungo la via trafficata dei Serpenti, che è il corso del Rione Monti, sollevate lo sguardo in alto, perché c’è un’altra Madonnella, come una stella nel firmamento, che da lassù vi guarda e, casomai, vi benedice… 
 Il mio libro: perfetto dono di Natale...

mercoledì 13 novembre 2019

Venezia color seppia

Il Cardinale Urbani

Non voglio piangere su Venezia affogata dalla laguna che tanto l’ama, non serve versar lacrime che sono ancora acqua all’acqua. E così, per celebrar la Serenissima che, bella tra le belle, soffre nella calamità che l’affligge, ripenso a una certa amica di nome Elisabetta che conobbi quando, giovanissima, ero tra i redattori di “Domenica in”, ai tempi delle ragazze pon pon di Gianni Boncompagni. Io mi occupavo allora di far da assistente e addetto stampa (per la trasmissione) di una certa attrice napoletana di cui tutti amano il sorriso e io invece ebbi a conoscere l’asprezza, Lei, Elisabetta, era ufficio stampa del programma tutto quanto. Finché, per un mese, non la sostituii, scoprendo con sorpresa i segreti dei giornalisti.
Zio di Elisabetta era il Cardinale Giovanni Urbani, che fu Patriarca di Venezia. Di lui, riguardandolo  in una fotografia che è qui anche per voi, Elisabetta aveva preso gli occhi celesti, d'acqua di laguna e una cert'aria trasognata che mi fece sceglier lei, per compagna, in un bel viaggio praghese.
E si sentiva, nelle sue stanze, odor di santità e poco mancò che, come il suo predecessore (cioè Giovanni XXIII) (e il successore poi, ovvero Giovanni Paolo I)), divenisse Papa. Ma morì anzitempo o non so. Di lui, mi resta un ricordo di Elisabetta, dolce come sono tutti i ricordi di quei tempi andati, e lo vado a raccontare con la nostalgia che s'ha del sapor d'infanzia e di Rossana. Ed è di lei, piccina, che andava nelle sacre stanze a trovar lo zio e, insieme, al sabato sera, la famiglia si riuniva a guardare Canzonissima. E tutto filava via in gioia, senonché, quando comparivano le ballerine in calzamaglia nera, a gambe all’aria, un inserviente del Cardinale, in talare nera, si alzava dalla sediola e, a passi svelti, andava a tirar giù una tendina sullo schermo che, rotolando in allegria, bontà sua, nascondeva allo sguardo l’offesa di quelle nudità…

martedì 12 novembre 2019

Un cortile a Pordenone

Si avvicina il Natale  e ho organizzato una maxi-vendita di bennibags in casa. Persino su Skype, a Milano...
Un certo parente alla lontana, fdi nome Sebastiano, che è avvocato e vive a Pordenone - dove mia madre visse ragazza, tra le brume friulane della piccola provincia la quale le stava stretta come una scarpa di mia sorella - mi ha mandato un suo piccolo libro, una lisca direi, un cosino di poche pagine, che racconta, in bell'italiano ironico e grazioso, la sua infanzia passata nel cortile di casa che era, per lui e per gli altri bambini che lì abitavano, il mondo. Infatti il libretto si intitola "Il cortile era il mondo" e io l'ho letto, tutto quanto, in un'ora, immersa nelle atmosfere di quel micro-mondo che era il nostro, profumato, di quando internet non c'era e gli uomini avevano i piedi ben piantati sulla terra e gli occhi, in devozione, al cielo.
Tante le piccole storie intrecciate di quel cortile che s'apriva - e s'apre ancora - lungo il Corso Vittorio Emanuele, che è la via centrale di Pordenone. Ma per me, tra tutti, il ricordo della zia Giusetta, che era la mamma dell'autore e che, piccola com'era, e alta come me bambina che l'andavo a trovare, conservava intatta negli anni la sua volontà di ferro. Viveva, nell'appartamento del cortile, in una fuga d'ombre e di stanze dove io mi perdevo come in un segreto alveare. Brusca nei modi, sempre a tirar su col naso (non so perché),  era parca d'affetto e niente baci. Ma in quel suo spartano andare, il cuore si scioglieva per Sciusciù che era un cagnolino nero, un barboncino, che la seguiva a ogni passo. E dove andava lei, lui pure. E se lo lasciava a casa, il cagnetto restava accovacciato all'ingresso in attesa che lei tornasse. Finché un giorno, tanti anni orsono (e ancora sento il pianto di mia madre) la zia Giusetta uscì e non tornò più a casa. 

venerdì 1 novembre 2019

C'è cappello e cappello

bennibag con fiocchetto
Il silenzio avvolge cortili e palazzi come incanto fatato in questo giorno d'Ognissanti, quando la Comunione di Beati, Venerabili, martiri e Santi, sembra scendere, in punta di piedi, sulla terra per ridare cibo all'anime inaridite dalla mancanza di Dio che tutto ha creato. Nell'aria, un battito d'ali, un fremito di vita divina che si mescola agli odori della cucina mia, la zucca bollita, le verdure in padella, il brodo che sobbolle in crespo movimento di tenere acque.
Mi lascio trasportar dalla mano che sempre mi conduce e intanto penso a mio padre che, ogni giorno, cascasse il mondo, indossava, per uscire, il suo bel cappello Borsalino. Un cappello come chiusa di confezione da donare al mondo e lassù.
Mi piaceva il cappello di mio padre perché, elegante, era chiusa di vita, diga al pensiero che travolge la mente, diritto indicava, il cappello, le vie del cielo. Non così i cappelli di oggi, di certi modaioli che lo portano, per dire, anche in cucina e tra i formelli. Quel cappello vanitoso, pungente, ordinario è un cappello che pare innalzar fino alle stelle la vanità umana e niente ha a che vedere con il dolce cappello che portava mio padre.
E proprio qualche giorno fa, mentre me ne tornavo a casa dopo il mio stanco pomeriggio, ho veduto, lungo la via dei Serpenti, un cappello indossato come lo portava mio padre. Un cappello che somigliava al basco penitenziale che indossavamo noi alunne dell'Istituto Mater Dei di Piazza di Spagna...