Ogni tanto, quando le
questioni cittadine sembrano placarsi e tutto par dormire in un bell’ordine,
insieme con mio marito, con armi e bagagli (e molti libri) partiamo per un bel
paese sabino, arrampicato in cima a un monte santo, che era un tempo abitato da
anziani e bambini e ora solamente da gatti. Gatti di tutti i colori, bianchi e
neri, solo neri, color visone, rossi, bianchi. Per le viuzze è tutto un miagolare
e saltan di qua e di là, in ginnastica perenne e molto, molto litigiosi,
soprattutto quando la notte scende e le stelle chiamano al sonno.
Io, quando sono lì,
osservo, incantata, la vita segreta degli animali che, in città, sembra al
contrario, Mi pare, infatti, quando guardo le persone a passeggio con il loro
cane che i cristiani e non i cani siano al guinzaglio! Comandano, gli animali,
in innaturale dissonanza. Tutt’il contrario in campagna, quando, liberi da
lacci, gli animali sono come sono e io li ammiro. Sul tetto di tegole rosse di quella
casetta incantata, ad esempio, passeggiano a volte dei colombi, come se fossero
agli Champs Eliseés e mi paiono tanto eleganti nelle loro livree violacee,
nella danza dei passetti loro, che resto ad ammirarli panche per una mezz’ora,
senza che loro si spaventino o volino via.
Mi è capitato, l’ultima
volta che ero lì, un piccolo miracolo. Dovete sapere che, tra i tanti gatti, c’è
una micetta che ora è gravida e, a ogni passo umano, si rintana in un canto
nero. Passavo di lì un mattina, all’ora presta delle fate, e, avendola vista, invece
di camminare, mi sono seduta e ferma. Lei, curiosa, piano piano mi si è
avvicinata e mentre io allungavo le dita, si è fatta dare una grattatina al
capo, poi, stirandosi tutta, mi è sfilata dinanzi facendo le sue fusette e poi,
un miagolio, e via, di guizzo, nel suo canto buio…

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