Poiché star con le mani
in mano è, per me – che sono nata sotto il segno dell’Arciere, nel fuoco dei
Raja - impossibile come partire per una crociera nei mari della luna, sotto l’occhio che
splende di Iside, perduto, con un poco di magone (ovvia!) il lavoro mio di
giornalista in redazione (chiuso per sempre l’ufficio di corrispondenza romano
del Gazzettino…), mi sono industriata a far di questo e di quello, senza risparmio d’energia e d’idee e non sto
certo qui a tediarvi con l’elenco delle attività. Tra le altre, forse, quella
che mi è più cara (anche se a volte mi vien la voglia di chiudere la baracca...), per antica vocazione, è scrivere del meno e anche del più in
questo mio piccolo spazio chiamato “Storie tragicomiche della mia
infanzia”, nato, piccolino e per caso, su una piattaforma chiamata Alfemminile
e poi, grazie a due o tre amiche virtuali (Rita e Azzurra, soprattutto, che
ringrazio pur oggi con una riverenza…) è arrivato, con le sue valigie di
cartone piene della mia anima, in questo immenso Continente zingaro, al sapore
d’arlecchino, che si chiama Blogger. E così, in questo post spruzzato di
zucchero a velo, colgo l’occasione per ringraziar quanti (e non son certo
tanti) passano anche al volo, un minuto appena, di qua e leggono i pensieri
miei in forma di nuvola…
Ma ora basta con i
convenevoli, che, tra le tante attività, conto anche (ma, badate bene, vi
regalo la storia in forma di letteratura, nella sacra immaginazione che è la
mia signora…) un impegno con una certa
signora che aiuto (senza ricambio alcuno) nella sua vita quotidiana. Oh, da
fare ne ho con lei, tra scrivere lettere e far traduzioni e andar per
commissioni in banca e dal suo fiscalista e Ester qui e Ester lì che finita non
è proprio mai. Due ore fitte, insomma, dove star ferma non posso e che, pian
piano, si sono trasformate in tre, senza un grazie in più. E passi. Insomma, lo
scorso mercoledì, vado, faccio, strafaccio, come sempre. Sono sulla porta,
pronta a tagliar la corda quando lei, con aria angelica, mi fa: “Ci sarebbero
delle tende da piegare!”. Va bene, sospiro tra me e me, e poso la borsa.
Stendo, sbalzo, piego, aiutandomi col mento, quelle tele tanto scivolose da parere insaponate e lunghe da qui a Firenze… Finalmente, eccole, su una
seggiola. Lei le guarda, con due occhi che non vi dico: "Oh come sono piegate male!",

Oh! io so chi è quella signora.....anche se virtuale, ormai la nostra è una vecchia amicizia, e ti conosco proprio come le tasche mie....che deserte da sempre non bisognano poi di laurea per sapere....:)
RispondiEliminaSpero che tu , ligia al dovere non abbia piegato di nuovo le tende insaponate.
Non chiudere questo mondo rosa cara Ester, io ti leggo sempre anche se sempre non commento. E chissà quanti leggono e non commentano. Anche se vieni a far la olvere una volta al mese come faccio io da un pò....lascia che queste storie siano! sono così piacevoli da leggere! Un bacione Rita