Bimba, quando la primavera giungeva nelle sue scarpette da
danza, baciata dal sole, a mutar luce al giardino, nella pasqua della vita che
risorge dalla nera, nuda terra, era tempo, per Vivian e per me, di raccogliere
sul prato grandi mazzi di fiori selvatici
da regalare alle mamme. Io, alla mia, che era, ai miei occhi, bella come la
primavera; e lei alla sua (nera, severa, che dei nati nel segno della vergine,
aveva solo i difetti nella pignoleria elevata al quadrato…) e anche alla mia
ché la Vivian sentiva, e non sbagliava, anche un poco sua. Nei mazzi, c’erano,
bianche, delicate, dal gambo d’acqua, le stellarie, c’erano color rosa scuro, i
garofanini selvatici e c’erano i tarassachi e le pratoline, di neve, che mi han
sempre sciolto l’anima nella loro neve a punteggiar il verde dell’erba…
Oh, la gioia di quei fiori
di campo! Li amavo, li amo; non lo sapevano quanti, ragazza, mi donarono (invano) fiori eleganti, proustiani, che non
avevan sale né sugo di vita. Altre storie, altri tempi. Nel tornar a ritroso ai
mazzi di Vivian e miei, ricordo, come fosse accaduto l’altrieri, eccoci, la
Vivian e io nel corridoietto stento del nostro piano di sotto a portar fiori
alla Dea. Regina, tutta quanta chinata a guardar, nel bagnetto rosa, di servizio, non ricordo più cosa, forse la lavatrice, insieme
all’idraulico Gino. Parlano fitto, di che cosa chissà; e noi, le ancelle, alle spalle di lei, la voce tremante: “Mamma,
sono per te…” Lei, senza voltarsi neppure: “Oh, metteteli pur lì, che dopo
vengo”. Di corsa in cucina, Vivian e io, con i doni alla Divinità. Che, invece, rimase
lì in bagno per ore. Quando arrivò, i fiori molli, il capino crollato, parevano morti. E Vivian
e io guardavamo, annoiate, la tivvù dei ragazzi…

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