Mi sono recata, questa mattina, per motivi - come si scriveva
e si scrive nelle giustificazioni a scuola - “famigliari” nella casa, appunto, di
famiglia tutta quanta raccolta, bianca e grigia e alta nel cielo, al centro del
giardino dei miei incanti bambini. Dopo un caffè e basta con chi ancora vive
lì, nella fuga eterna (e non lo è) dei giorni, mi sono ritrovata a passeggiar
sul velluto verde del praticello e a vagare nel pratone, cui un giardiniere che
non è Marino, ha fatto, senza poesia, barba e capelli, facendo fuggir via Pan e
le ninfe che vivon, come si sa, timidi tra le fronde umide dei boschi e non certo
nei prati beneducati, rasa l’erba, all’inglese,
nel poco incanto delle virtù borghesi.
Mi sono ritrovata, dicevo, nel giardino della mia vita verde, come quando,
bambina, mi bastava uno squillo del citofono di Vivian per saltar fuori con lei e via alle altalene, con i bambolotti Furga, alle bici nel su e giù eterno
lungo lo stradone…
Ero lì, tra gli alberi. Alti, i pini con i cappelli larghi, d’aghi
verdi, nel brillar del sole, per mano, torno torno, ad abbracciare il
perimetro del giardino quasi tutto. Li ho salutati, tutta in me, con reverenza,
perché sono loro – io lo so - che grattan la schiena agli angeli custodi, che,
a sera, stringono tra l’ali, i cuori in tormenta, regalando agli uomini la pace del sonno.
Ma non è a quei corazzieri bennati che donai il mio cuore bambino. Mio, tutto mio, un umile ulivo, spettinato nelle sue fronde d’argento che fa da
sentinella all’entrata di sotto e che mi consentiva, allacciando i piedi
intorno ai suoi rami, di lasciarmi cadere penzoloni, riversa, i capelli a toccar la bruna
terra, gli occhi (anche il terzo che era aperto e non lo sapevo) perduti nel mondo a testa in giù, più vero
dell’altro, sempre in ghingheri a spazzolar, pettegolo, sul palcoscenico.

Nessun commento:
Posta un commento