La madre di Giovanni(che quand’ero ancora al Mater Dei e di sedici
anni o giù di lì accese e poi spense il mio cuore) scriveva libri per bambini.
Per me, già allora perduta nel sogno di mettere nero su bianco quel che mi
dicevano cuore e cervello, entrar nello studio di lei fu una chimera. La casa,
una palazzina anni Cinquanta, arrampicata su Corso Francia, si perdeva, all’interno,
in lunghi corridoi, le stanze di qua e di là, mentre dal terrazzino che gli
correva tutt’intorno, si poteva quasi dar la mano ai vicini di casa. Niente
panorama, ma altra umanità.
Lo studio, un paradiso – per
me - di volumi, in una libreria che abbracciava tutti e quattro i muri e saliva
su, su fino a toccare il soffitto.
Ricordo, col fiato mozzo, la prima volta che vi entrai e lei, china, gli
occhiali sul foglio, scriveva. Di quel giorno conservo ancora un gruppo di
angioletti cantanti che lei scarabocchiò mentre parlavamo di Lucy Maud
Montgomery che, nella personcina di Marigold, aveva dato il la all’arte, se
così si può chiamare, mia. Mi parlava delle sue amiche che eran numi olimpici,
all’orecchio mio: Donatella Ziliotto (alla quale dobbiamo Pippi Calzelunghe…) e
Bianca Pitzorno (non so se avete letto, e se non lo avete fatto, magari, se vi
va, fatelo adesso, “Ascolta il mio cuore” e “Storia delle mie storie”).
Non so se la Ginni continua
a scrivere libri e non so se, oggi, li leggerei come li lessi d’un fiato
allora, ma so che a lei, pur distratta da suo figlio, che teneva in grembo
anche da ragazzo, debbo un’ora di felicità al gusto di fragola e panna, perduta
con lei, io e lei soltanto, sull’Isola del Principe Edoardo dove la Montgomery
nacque, visse e scrisse lungo il sentiero alpino…

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