Nonna Stella, ogni giorno, esclusa la domenica, aveva due visite. Di sera, sgradita, arrivava, brusca e di lamiera, l'infermiera di notte chiamata la signora Ida. Alta, robusta rotonda, con i capelli d'argento rigonfi e poi racchiusi, sulla nuca, in una crocchia, la signora Ida portava un camice immacolato a coprir vesti e forme più che generose; un camice che la faceva somigliare, corpo e capo, a un pupazzone di neve. Chiamava nonna Stella "nonnina", cosa che faceva saltar le furie a mia madre e storcere il naso nel disgusto alla diretta interessata che, pur non parlando più, ci sentiva benone.
Al pomeriggio, più o meno alle cinque, arrivava, invece, gradito, il signor Mario, tutto l'opposto della Ida. Piccolo, con due orecchie da elfo, portava una giacca color sabbia odorosa di legna bruciata e di fuoco. L'odore era quello della sua casetta con pavimento in terra battuta, che pareva quella dei nani di Biancaneve, nascosta com'era tra le frasche e i cespugli di un giardino che dormiva, gomito a gomito, accanto al nostro. Arrivava, puntuale, il signor Mario (ma per me era ed è rimasto sorma) alle cinque a bere un cappuccino in cui faceva annegare, inzuppettandolo, un cornetto dolce. Stavano due ore insieme: lei e lui, zitti zitti, e faccia a faccia. Io, in mezzo, a fare i compiti. Un giorno, non so neppur perché, il signor Mario prese a raccontarmi di quando era tornato, soldatino dell'Armir, a piedi dalla Russia. E camminava, camminava, solo, nella neve, tutt'intorno ovatta e lui, piccolo piccolo, un puntolino nero nell'abisso bianco. Chiusi gli occhi e lo vidi, tra le braccia bianche, perduto nella neve della signora Ida...

Ci sono persone che lasciano il segno del loro passaggio nella nostra vita. :)
RispondiEliminaBuon fine settimana