Per me, Cala dei
Gigli - senza arrotolar ricci d’ipocrisia che piaccion tanto al mondo e non a
me - ha sempre avuto il viso bello, biondo, abbronzato di Silvia. Appena
arrivata a casa, bambina e ragazzina, neanche il tempo di fare la pipì, eccomi
sul balconcino, affacciato sugli azzurri limpidi di cielo e mare sardo, che era penisola della camera da
letto dei miei genitori, a guardar nell’orto di bouganville rosa dei nostri
vicini. Da lì, in vedetta, potevo, infatti, aver lo sguardo diritto sulla
veranda della camera da letto di Silvia e di suo fratello. Friggevo nell’aria
del mattino presto, con il sole che doveva ancora prendere il caffè, se non
udivo voci e fruscii che mi parlassero di una casa viva, abitata – per me –
solo da Silvia. Nel cuore un lago d’oro, quando invece le imposte, miracolo, erano aperte e si udiva, lontana, l’eco
della voce della mamma di Silvia che chiamava i figlioli suoi “passerottini”,
mentre io ero solo e sempre Ester, sotto lo sguardo color indaco e rosa di
Tavolara appena sveglia…
E mentre mi perdo
nel ricordo di quei giorni antichi e mi rivedo, piccola, bionda, correr giù,
rotoloni, a precipizio, senza maschere, candeggiata nella pura sincerità a
raggiungere la gioia suprema della compagnia (per me) di Silvia, un’altra
memoria mi afferra per le gambe e mi fa ruzzolar giù e piegare ginocchia e
gambe. Un’altra me… Siamo ragazze, Silvia e io, e tutte e due bionde e belle e
civette. Siamo a casa sua, sedute in veranda a farci i piedi, in attesa lei di
un fidanzato (mi pare si chiamasse Giulio) e io di un tipo (che non mi piaceva
punto) che era amico di Giulio. E tutti e due, meschini, stranieri a Cala dei Gigli, mi pare di Porto San Paolo...
Siamo lì, mentre le tenebre di tende nere
scendono a coprire il mare laggiù e sul capo nostro tremano le stelle e splende una luna rotonda di Iside. Il
silenzio ci abbraccia. Siamo lì, io e lei quando, dalla strada principale,
bianca, deserta, senza nome, si ode, d’un tratto, un ruggito di macchina.
Saltiamo su, io e lei, senza una parola, come rapite dalla luna, e ci nascondiamo in casa, chiudendo
porte e anima. Poco dopo, un vocio di ragazzi basiti al nostro nulla. Solo le
risate nostre trattenute in gola, feroci, folli, ricordo, e quei due, poverini,
che battevano in ritirata, sconfitti…

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