A Cala dei Gigli, presto
presto alla mattina, quando il vento non aveva ancora increspato il vetro
argentato del mare, Domenica, anzi “ladommennicca”, rotonda e candida,
trotterellava su per le scale impervie della villa nostra per fare i servizi.
Portava una gonna lunga, nera, a piegoline che si facevano tese sui fianchi
generosi; la camicetta, color buio anch'essa, lasciava scoperta una minuscola
“vu”, un balconcino di latte. In testa un cencio arrotolato, come una serpe
addormentata, che faceva da guanciale al cesto del bucato. Arrivava a piedi da
Monte Petrosu, dove abitava in due camere e cucina. La Dommennicca, per me, era
la notte del mattino. Il lutto eterno . La crocchia s'era fatta sale e pepe, ma
la veste sempre notte rimaneva. Ogni anno via un fratello, uno zio, il cugino.
Sette anni di lutto in più “nell'armuà", come diceva lei” - da sommare a quelli
in corso. Una condanna al nero. Aveva cominciato da ragazzetta a vestirsi di
tenebra. Sette figlioli aveva partorito in cucina, sola sola. Cinque erano
volati in cielo. Un'estate se ne volò via anche lei. Vestita di nero.
Ma una sera, pochi anni fa,
la rividi. Tornavo dal lavoro, a Roma, tra lo strombazzar dei clacson, nel
viavai ubriaco del centro romano. La vidi camminare tra le macchine, come
un'apparizione: la gonna come un tulipano nero rovesciato, il nodo dei capelli
di pece e di neve. In capo, ondeggiante, il cesto del bucato... Svoltò in via
del Pozzetto e sparì, inghiottita dal vicolo e dal sogno.

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