Ieri, eccomi seduta,
con mio figlio accanto, nella platea amaranto dell’aula magna di un certo liceo
romano (che, in bocca, ha due bei draghi bianchi di marmo e in pancia tutta una
collezione di animali impagliati e minerali che mi innamorano); eccomi seduta,
dicevo, ad ascoltare il vangelo della preside, alta, elegante, con una gran spilla
sul cuore, che spiega, senza far pieghe o rughe, certe attività modulari del
liceo. Per me, l’argomento è esaurito e profumato d’appretto. Ma i genitori, si
sa, figli dei collettivi del Sessantotto o giù di lì, han spesso una domanda in gola o sulla lingua e non sempre, per me, è una
domanda necessaria. Paziente, ascolto i punti interrogativi a volte superflui. Sorrido
e, a un certo punto, di fronte a tanta chiacchiera, mi scappa un sospiro.
“Mamma!”, mi sgrida il figliolo, compunto. E io mi tappo la bocca, ripromettendomi di
essere solenne, di porpora e velluto, come la cornice che ci ospita.
La riunione è finita e mio figlio inizierà l’anno venturo, a Dio
piacendo, il ginnasio. Usciamo nel sole, in una piazza divorata da un grande
parcheggio e ci ritroviamo in Via della Gatta. Con calma, spiego a mio figlio
che, a volte, quando si è di una certa mezza età come mamma sua, ci si fan meno
problemi che da
giovani col mondo. E mentre parlo, bla, bla, bla, ecco sfrecciar per la via bruna, protetta dal
felino d'Iside dell'Iseo campense, tutto un
corteo di automobili nere, dai finestrini bruniti, a sirene accese. E io,
invece, di farmi da parte, timorosa, ho cominciato a fare ciao ciao alle
macchine, con il braccio ben teso e la mano aperta a farfalla. E, non ci
crederete, ma uno dei poliziotti in borghese, in occhiali e completo di
tenebra, mi ha risposto ciao ciao con la mano. E mio figlio, un poco di brace,
di parole poche: "Mamma ora ho capito".
Nessun commento:
Posta un commento