Quando giocavamo con le
Barbie – cosa che capitava spesso - io, a Vivian Salini, (che pure è stata l’unica
amica della mia selvatica infanzia) non avrei prestato giammai alla sua Barbie una certa
gonnetta rossa, fiorita di bianco, con una balza a correre lungo la misura dell’orlo.
Nossignore: neanche, che so, a prezzo del suo giallo Dolce Forno che cucinava
certe brodaglie zuccherose le quali erano, per noi, degne di Vattel. “No,
questa non posso prestartela”, dicevo, solenne, crudele, incurante degli occhi supplici di lei che doveva accontentarsi di una sottana gemella, ma color rosa geranio, che però cadeva a patata ben sotto al ginocchio della Barbie, senza darle
quella cert’aria d’eleganza, come di folata di vento, che era l'effetto della mia. Il mio no era tutto
quanto foderato di stagnola, con un cuore duro duro, di masso.
Molti anni dopo, già
ragazza, per quelle strane folgorazioni di verità che piovono addosso,
improvvise, in certe tiepide mattine di maggio, trovai il filo d'Arianna fino in bocca al Minotauro. Dovete
sapere che il padre di Vivian (da me molto, molto amato) ebbe un brutto male
che lo tenne negli Stati Uniti per mesi e forse anni, chi se lo ricorda più.
Vivian, allora ancora bambina, venne a stare da noi, prima a Cala dei Gigli e
poi a Roma. Sua fu mia madre; mia, lo ammetto, una segreta, sorda gelosia. Eccoci, noi tre
alla Upim di Olbia (che allora, forse portava un altro nome che non rammento).
Siamo al piano superiore, reparto vestiti per bambine. Mia madre indica alla
commessa una gonna verdina, fiorita di bianco, da legare a portafoglio intorno
alla vita. E dice, mia madre: “Me ne dia
due, stessa taglia”. E io: “Ma, mamma, ne basta una per me”. L’altra naturalmente
era per Vivian, che ebbe la gonna di prato, ma mai - e a ricordarlo mi sento punger il didietro da mille aghi roventi - quella piccina, di Barbie, desideratissima, color
sangue e neve...

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